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L’incrocio

maggio 16, 2010

Le giuro, signor commissario, che non è come pensa lei, io quell’uomo non lo conosco.
Ah, lei sa che ci ho vissuto assieme due anni. Gliel’ha detto la vicina.
750 giorni, commissario. Abbiamo vissuto assieme due anni e venti giorni, esatti.
Ecco, io so chi è, ma quando è successa quella cosa lì, io non lo sapevo, quindi se non sapevo chi era come faceva ad esserci intenzione da parte mia?
Non mi crede, lo leggo nei suoi occhi.
E del resto, in condizioni normali farei fatica a crederci pure io,
se non fosse che è capitato proprio a me e quindi le posso testimoniare che è tutto vero.
Ho agito con dolo, lei dice.
Dolo è un paese vicino a casa mia, commissario. Ci volevo comprare casa, anni fa. Perché c’è il fiume. Mi viene da sorridere a sentir come lo pronuncia, commissario, Dolo, ma lei ha la faccia dura di chi ha deciso che io ho torto e vado punita.
Che mi vuole mandare in galera? Aspetti, non corra subito alla soluzione.
Le cose sono andate in modo diverso da come le vede lei, mi lasci almeno provare a raccontarglielo un’altra volta.
E stavolta lei mi deve seguire bene, con attenzione.
Non si fermi alle evidenze, vada oltre per una volta. Provi ad immaginarsela la scena di quella cosa lì.
Allora, io ero in macchina, ferma all’incrocio.
La radio trasmetteva “I’m on fire” di Bruce Springsteen. Bella canzone, vero?
Ah, a lei non piace Springsteen. Strano, è la prima persona che sento dire una cosa del genere. Comunque, dire
quel che ci piace o meno non ci porta diritti in galera, per ora. Niente sarcasmo, ok.
Allora, dicevo. Ero ferma al semaforo, c’era il rosso. Poi è scattato il verde. Ho girato l’occhio verso sinistra mentre facevo la curva per svoltare alla prima traversa a destra e allora ho visto quell’uomo passeggiare sull’altro lato del marciapiede con il suo cagnolino, al guinzaglio.
Chi era? Non lo so mica. Aveva una faccia anonima, di quelle che ti passano davanti tutti i giorni centinaia di volte e non ti provocano
manco un oh di interesse. Nessun effetto, glielo posso assicurare.
Perchè ho girato la faccia verso di lui, allora? Non lo so. Non riesco a darle una motivazione, è solo successo. Forse volevo vedere se la vetrina del negozio di scarpe era stata messa a posto, che la settimana prima i ladri hanno sfondato il vetro per portarsi via la cassa. L’ho letto sul giornale.
Sì, deve esser stato per quello che ho girato la testa. Ma non c’è stato un pensiero a dettare il movimento, gliel’ho detto che stavo cantando. Sì, cantavo Springsteen. Quello che a lei non piace.

Ho guardato l’uomo, poi la vetrina e niente, ho girato l’occhio verso destra e ho visto la ruota della bicicletta sulle strisce pedonali. E allora per evitare di finire contro la bicicletta, ho sterzato tutto a sinistra e il sobbalzo della ruota della macchina sul marciapiede
è arrivato subito e mi ha sorpreso per la fretta che ci ha messo e non sono riuscita a frenare, il volante vibrava tutto e io non lo tenevo.
Poi ho sbattuto contro l’angolo del negozio di scarpe ed è scoppiato l’airbag. Un paio di minuti sono rimasta con gli occhi chiusi, a sentire il mio respiro, muovendo le dita dei piedi per capire se ero viva o stavo andandomene all’aldilà.
Non c’era alcun tunnel di luce ma solo nero nei miei occhi e allora li ho aperti e ho alzato la faccia dal volante e ho visto un sacco di gente che guardava dentro dal finestrino e un signore che provava ad aprire la portiera della macchina e poi ho visto quell’uomo a terra, che urlava, che si teneva la gamba e mi urlava contro che ero
una bastarda.
Ma glielo giuro, neanche in quel momento, l’ho riconosciuto. Non vedevo altro che la bocca aperta che potevo veder l’ugola vibrare e poi il fondo nero da cui usciva quella voce rancorosa. Nessun tunnel di luce. Mi son detta che era meglio aspettare prima di scendere.

Lei continua a guardarmi con la faccia di chi non crede per niente a quello che dico, vero?
Ero dentro la macchina, mi toccavo la fronte, che era tutta sudata e fredda, e mi guardavo le gambe.
Quell’uomo invece steso sul marciapiede continuava a tenersi il ginocchio e a rotolare.
Poi è arrivata l’ambulanza, ho sentito il rumore della sirena e subito dopo era a fianco della macchina. Allora ho alzato la sicura della porta e ho fatto per scendere dalla macchina.
“Barbara sei una stronza, io ti rovino”, ha urlato quello a terra
e mi son fermata lì con una gamba giù e l’altra dentro la macchina a fissare quello sconosciuto che sapeva perfettamente come mi chiamavo. E l’ho fissato, perché volevo capire come aveva fatto a dire un nome a caso, azzeccando il mio. Ed è stato allora, che ho intuito in quel suo modo di scandire le lettere che compongono il mio nome, qualcosa di assolutamente familiare. E fastidioso.
Solo allora ho visto Paolo, l’uomo con cui ho vissuto per due anni. Son passati sette anni, commissario, non un giorno. Le persone cambiano, lui poi adesso è praticamente calvo e porta gli occhiali. Anche io sono diversa, sono dimagrita dieci chili.
E’ successo che mi sono dimenticata di lui. Sì. Questo le sto spiegando. Le pare impossibile… Anche a me pare incredibile che a lei non piaccia Springsteen, dottore.

Sette anni e non mi sono mai fermata una volta a pensare alla sua faccia. Mai una volta l’ho sognata. Lui nei miei sogni, all’
inizio, c’è capitato ma non aveva mica volto. Succede. Mi sono dimenticata di lui, della sua faccia e del suo corpo.
Del resto, non ne sento assolutamente la mancanza.
Solo la voce, quel modo fastidioso di scandire il mio nome, quello che utilizzava quando doveva rimproverarmi, e le assicuro che capitava tutti i giorni, non l’ho mai dimenticato. E solo quando mi ha urlato contro , l’ho riconosciuto.
E’ andata così.
Non c’era giorno, in quei 750, dottore, che non partisse la critica, per qualcosa che facevo o non facevo.
Non c’era volta in quei due anni e venti giorni che ho vissuto con lui, stirandogli le camicie e preparandogli la colazione, che non mi trovasse imperfetta.
750 giorni, dottore, di recriminazioni, critiche e sfottò. Per come ero, per come volevo essere.
Li ho contati, sì, i giorni che ho passato con lui.
E quindi se ricordo, lei dice, c’è stata eccome intenzionalità da parte mia. Potevo far a meno di sposarmi, eh? Ma guardi che l’anno che abbiamo passato da fidanzati, prima del matrimonio, Paolo mica era così. Anzitutto il mio nome lo sussurrava, ansimandomi sul collo e chiedendomi se gliene davo ancora…Poi era gentile, veniva a prendermi al lavoro. Si andava al cinema, poi in pizzeria e poi a far l’amore in Riviera del Brenta, in uno dei tanti punti poco illuminati della Statale. Lui preferiva farlo vicino alla villa La Malcontenta, che gli piaceva tanto. Mi diceva anche che un giorno me l’avrebbe comprata. E sussurrava il mio nome, baciandomi il collo, prima di aprir la portiera e lasciarmi davanti casa. Poi, da sposati, siamo andati a vivere assieme in un appartamentino in centro. E io mi sono accorta subito che non era mica l’uomo che veniva a prendermi al lavoro, che mi trovava irresistibile e unica. Non sapevo mica chi era quell’individuo che mi trovavo attorno. Ha cominciato a guardar tutto quello che facevo, a criticare ogni gesto. Sussurri? Manco un fiato sporco di vino. Ho resistito, gli ho dato il beneficio del dubbio; ho pensato che anche per lui, abituato a star da solo, era difficile all’inizio vivere in due.
Poi, alla fine, non ce l’ho fatta più e l’ho cancellato.
Puff, via. Sette anni di pace.

Insomma, con tutta la fretta che ho avuto di dimenticare il mio ex marito dovevo andare ad incontrarlo ad un incrocio,
mentre sterzavo per evitare di investire un ciclista. Se è successa quella cosa lì, è solo colpa della sfortuna.
Nessun dolo, nessuna intenzione. Solo sfiga.

Rida pure, dottore. Lo sfortunato è il poveretto che ho investito.
La pensi come vuole, lei che pretende di essere capito per la sua totale mancanza di orecchio musicale, visto come mi tratta
Bruce Springsteen.
Lei dice che se la passa peggio quell’uomo, con il bacino fratturato. Sicuro? A lui basterà un gesso e un pochino di fisioterapia per riprendersi.
A me, invece, ci pensi un attimo, lei che è così certo di tutto, chi è che mi ridà due anni e venti giorni di vita?

La cleptomane

maggio 5, 2010

La prima volta era successo con un paio di mutande, di cotone, grigie. Lui le aveva lasciate sul pavimento, a fianco del letto, e lei, che si era alzata per andare al bagno in piena notte, le aveva calpestate. Poi le aveva raccolte e annusate e ci aveva ritrovato il suo odore. Un misto di melissa e pepe bianco.
Quell’odore la lasciava senza fiato, capace solo di chiedere, a voce bassa, ancora. Spesso ci aggiungeva un per favore.
Stringeva le mutande tra le mani quando si mise a sedere sulla tazza del water e fu un gesto istintivo allungare il braccio e metterle nel primo cassetto a destra del mobile del bagno.
Due giorni dopo, cercando una forcina per i capelli, riaprì quel cassetto e ci trovò dentro le mutande grigie e si disse che era stata sicuramente colpa della sonnolenza se erano lì dentro.
Lui, alcuni giorni dopo, tornò ma lei non gli disse niente e manco gliele restituì. Fece solo finta di non ricordarsene più.
Invece, quando era sola, ogni tanto apriva il cassetto e toccava le mutande e sentiva più lieve l’assenza di lui che era sempre in viaggio e solo ogni tanto, quando poteva, tornava. Dopo le mutande di cotone, fu la volta della maglietta bianca, del fazzoletto con le iniziali ricamate, della cravatta blu e di un calzino nero. Tutti finirono nel cassetto del bagno, a farsi compagnia.
Un pezzo di cotone non fa un corpo; una cravatta non ricrea un volto che rasserena. Lei lo sapeva e si sentiva stupida a praticare questa sorta di cleptomania amorosa, ma quando arrivava la smania dell’arraffamento lei sapeva solo agire, lasciando i sensi di colpa e la vergogna ai giorni successivi. Quando era sola e apriva il cassetto, l’euforia del ritrovare intatto l’odore di lui, giustificava, man mano che la consapevolezza cresceva, il senso di vergogna per la sottrazione. Talvolta, però, il rossore le accendeva il viso quando incrociava il suo stesso sguardo allo specchio, mentre annusava la maglietta bianca di lui.
Allora doveva richiudere in fretta il cassetto e non pensarci più, alla smania.

Non aveva mai rubato niente nella sua vita, neanche una caramella dal cesto sul banco del panificio dove andava, quando era piccola, a comperare il pane. Al cesto non ci arrivava e lei lo fissava dal basso e se lo immaginava pieno di dolci succosi e grossi, da masticare lentamente, con la guancia gonfia di piacere. Un giorno, una signora urtò il cestino e le caramelle caddero a terra, spargendosi sul pavimento, e lei, incitata dalla madre, le raccolse tutte e poi le passò alla signora, affinché le mettesse a posto. Uscendo si accorse di una caramella finita vicino alla porta e la prese. Aveva una gran voglia di sentire che sapore aveva. Ma sua madre, che non la perdeva mai di vista, le ordinò di consegnare la caramella e lei subito, ubbidiente, la rimise sul pianale del bancone senza alzar lo sguardo verso il panettiere che la invitava a tenerla.

Crescendo si era sempre comportata bene, senza una marachella, una piccola follia.
Era una persona per bene. Si era laureata con il massimo dei voti, aveva trovato un posto da segretaria in una azienda e si pagava il mutuo dell’appartamento, comperato a Marcon, in quello che era un paesino destinato a diventar anonima periferia della grande città. Alla soglia dei quarant’anni si sentiva, a volte, una donna noiosa, che non aveva provato mai l’euforia di un gesto non dettato dal suo cervello fin troppo ben educato.
Si sentiva una che non aveva mai vissuto davvero, che non sapeva cosa fosse l’euforia.
La pensava così davanti al caffè della mattina, nelle giornate freneticamente noiose, che seguirono, finché non incrociò lui. Erano uno a fianco all’altra al bancone del bar davanti al tribunale. Lui beveva un cappuccino, lei il secondo caffè della mattina. Lui la fissò per un attimo, lei si sentì osservata e girando lo sguardo lo vide sorridere prima di andarsene.
Lei sentì il cervello spegnersi, e qualcos’altro tirare, dentro, come un filo che imponeva un sussulto, ritmico, dalla vagina fino alla pancia, e si mise a camminargli dietro, seguendo i suoi passi e conteggiando il numero di strattoni interni, finché non vide dove lui lavorava. E poi tornò indietro da sola, pensando nei giorni seguenti spesso a quel sorriso, e ritornò altrettante volte sui passi compiuti, frenetici ma non più noiosi, finché non lo incrociò di nuovo, per strada e lui le sorrise ancora, passandole a fianco e poi si girò chiedendole se aveva bisogno di aiuto. E a quella domanda, gli strattoni interni tornarono a farsi sentire e lei si udì perfettamente dire: “ Cercavo te, in verità”.
Quei sussulti interni tornarono, poi, ogni volta che lo vedeva, lo sfiorava e chiudeva gli occhi. Duravano, fin quando, sfinita, gli si addormentava a fianco dopo avergli chiesto ancora, per favore. Ora resistevano anche all’oblio della sua partenza, al corpo che si fredda e rallenta il sussulto mentre il cervello cerca di riguadagnarsi lo spazio che conviene.
Bastava aprire il cassetto, ammirare il bottino, annusarne il profumo e il ritmo tornava, tra vagina e pancia, a scandire le ore.

Toelettatura

aprile 3, 2010

Quel pezzo di carta gli è caduto dalla tasca, io l’ho visto subito ma non ho detto niente.
Volevo vedere se quel tipo se ne accorgeva da solo. No, vabbé , non devo dire le bugie.
Quel tipo mi sta così antipatico che sinceramente non lo aiuterei manco se me lo chiedesse strisciando.
Anche il suo cane, un pitbull bianco, con l’occhio nero, un tipo grosso ma tonto, credetemi, ha fatto finta di niente. Gli era a fianco, ha visto cadere il foglietto di tasca al suo padrone mentre uscivano dalla porta del negozio, e non ha fatto niente.
Non si è fermato, tirando il guinzaglio e costringendolo a bloccarsi. Se l’avesse fatto, quel tipo avrebbe guardato per terra e si sarebbe accorto del foglietto. Ha lasciato fare pure il cane e allora vuol dire che va bene così, che doveva succedere che lo perdeva.
Io lo vedo il biglietto per terra, sul marciapiede davanti al negozio.
Sto fermo e guardo che succede. Vediamo se se ne accorge, quell’antipatico e torna indietro. Se lo fa, è perché è un tirchio, di quelli attaccati al soldo. E’ evidente, uno che ha il Suv e che si tiene in casa un pittbull che mangia almeno un chilo di carne al giorno e poi viene qua e tira su una lagna di mezz’ora perché vuole lo sconto sulla toelettatura della bestia, è uno spilorcio. E poi mi han detto, nel quartiere, che quello è uno che è pure malvagio, che non presterebbe un soldo neanche al suo miglior amico.
Occhio, sento dei passi. Arriva della gente… No, non è lui.Sono in cinque, sembrano una famiglia. Padre, madre e tre ragazzi. Il padre ha la faccia simpatica di uno che ha passato tante ore con gli scout e davanti ai libri. I figli hanno i capelli lunghi alle spalle come si portano adesso, la moglie sorride guardando la vetrina. Eccoli che passano. Passeggiano sereni, ridendo. Senza cane al guinzaglio. Un passo e il padre appoggia il piede a 5 centimetri dal biglietto sul marciapiede.
“Toh…dieci euro”. Ha il tono di voce di chi è piacevolmente sorpreso e dà valore a quel che trova. Si ferma, raccoglie il foglietto e lo passa al ragazzino più giovane che tutto contento se lo infila in tasca.
Dieci euro. Con quelli ci compri quattro confezioni di biscotti da mezzo chilo per cani.
Neanche male, vero? Ho fatto una buona azione. Il cane che hanno a casa sarà contento. Se lo dicevo all’uomo che aveva perso quel foglietto o se ne accorgeva il suo cane, adesso questo ragazzino non sarebbe tutto contento a dirsi che è anche lui un pochino fortunato, perché oggi passeggiando gli è capitato di trovare, non uno, ma dieci euro. Che ci compri quattro confezioni di biscotti da mezzo chilo, eh. Di quelli ripieni, con la carne.
Poi penso: forse quella famiglia manco ce l’ha un cane, perché non è detto che tutti amino i cani, con i loro modi giocherelloni e il carattere imprevedibile. I cani son pretenziosi, mica sono i gatti che si arrangiano e, se vogliono, vengono a farsi accarezzare e se no, vanno a farsi un giro. I cani, mica facile capirli: il padrone è il capo branco, che dà l’esempio, e che
fornisce tutto l’amore necessario, e le regole, e la serenità, affinché tutto vada bene. E’ bene capirlo subito. E loro, i cani, vi danno loro stessi, in cambio.
Mica cotiche…Se penso ancora al cibo, mi mangio il tavolo dalla fame che ho…

Forse quella famiglia, a casa, un cane non ce l’ha ma tutti lo vogliono. Sentono che essere in cinque è bello ma si sentono imperfetti, che manca il sesto, quello con il naso umido, a garantire la perfezione del gruppo.
E allora con dieci euro compreranno quattro confezioni di biscotti ripieni di carne per la cagna che andranno a prendere al canile Municipale, penso, la prossima settimana. Andranno a passeggiare tra le gabbie, finché non la vedranno, seduta in un angolo davanti alla ciotola con l’acqua. Lei, annoiata, alzerà il muso davanti all’improvvisa ombra prodotta davanti alla cuccia dal loro passaggio. E lo vedrà, il suo maschio Alfa, il ragazzino dei dieci euro.
Lei guarderà lui, lui guarderà lei. E sarà amore. Per sempre.
Lo so come va perché è successo anche a me ed è l’unica forma di colpo di fulmine che io possa considerare possibile nel rapporto tra uomo e animale.
E non c’entra quella cosa dell’imprinting, quello vale quando vieni al mondo, apri gli occhi e vedi chi sarà la tua famiglia. E non sempre sei fortunato.
No, questo succede quando l’animale ha già superato questo stadio, magari ha vissuto con gente che gli animali li maltratta e poi si è salvato ed è finito, solo, ma vivo, dietro le sbarre di un canile. Meglio lì che con certi personaggi che annullano l’istintività.
Un po’ come fanno certi umani con altri umani.
Ecco perché son contento che quel tipo, quello che è uscito trascinandosi al guinzaglio il pitbull bianco, appena lavato, abbia perso quei soldi. Son contento che abbia perso qualcosa che ha fatto contento qualcun altro senza che ci fosse di mezzo il suo brutto muso, da rinfacciatore professionista.
Che ne conosco tanti così, che spacciano la grazia, la gentilezza con il valore di una banconota.
Mi sta antipatico quel tipo e neanche al suo cane piace troppo. Non lo guarda mai in faccia, il cane, a lui. Quel pittbull sta assieme a quell’uomo perché gli tocca. E’ stato scelto, non ha scelto.
Basta vedere come se ne sono andati via. Non sono usciti assieme. Prima è uscito quel tipo, con la giacca di pelle che puzza di naftalina, e la camicia nera, sotto, aperta che mostra il petto pieno di pelo e il catenone con la Madonna. Un catenone enorme. Che io quando l’ho visto mi sono anche messo a ridere, tra me e me, perché mi pareva che il guinzaglio lo portasse lui, non il pitbull bianco. Che si chiama Toni. Tralascio ogni ulteriore commento…
Insomma dicevo, prima è uscito lui e poi ha tirato il guinzaglio così forte che Toni, che era intento a guardarmi da davanti a dietro, ha dovuto seguirlo sennò ci restava lì, per terra, strozzato e mi ha guardato come per dirmi se ci rivedavamo presto, vero?
Ecco io il povero Toni lo rivedrei con piacere. C’ha un testone enorme e una bocca che io ci entrerei dentro tutto ma è un bonaccione.
Il suo padrone, no, c’ha un cattivo odore e gli occhi troppo piccoli per essere uno buono.

Sì, sono Lombrosiano. Io alla fisiognomica un pochino ci credo. Gli uomini si credono tanto diversi dai cani , e in fatto di istintività è vero, ma sulla fisiognomica, c’è poco da scherzarci su. Perché i cani si sono evoluti. Hanno i geni da lupi dentro, certo, che creano un sacco di casini interiori quando c’è la luna piena, quando hanno voglia di code di lucertole che è come una droga, credetemi; quando l’istinto ricorda loro che l’osso va nascosto per i tempi di magra sotto la pianta, con la terra bella fresca, quella appena messa nel vaso nuovo.
Ma ogni cane ha un suo carattere e questo lo vedi dal muso.
Volpini? Eleganti e un pochino snob.
Pastori tedeschi? Fedeli ma eccessivamente territoriali.
Barboncini? Troppi problemi psicologici.
Labrador? Compagnoni perfetti per una scampagnata e baby-sitter impagabili.
Anche gli uomini sono così. Ne guardi la faccia e capisci un sacco di cose.
Prendiamo Elena, la mia amica Elena. Quando l’ho vista la prima volta eravamo al canile. Lei cercava un labrador perché voleva un animale docile e amorevole. Io ero nella gabbia intento a rovesciare la ciotola con il mangiare vecchio di tre giorni, che puzzava come una capra morta. Non ho mai visto una capra morta eppure penso che abbia quell’odore lì.
Me la sono trovata all’improvviso alle spalle, Elena, e quando mi sono girato e le ho visto gli occhi, così blu, sono rimasto inebetito a pensare che mi sarebbe tanto piaciuto fare un bagno in mare. Io che non avevo mai visto il mare.
Con Elena al mare ci vado spesso, pure a lei piace tanto. E ci divertiamo. E lei si è abituata al fatto di non avere un labrador. Avevo proprio ragione, stiamo bene assieme.
Non mi fa dormire a letto con lei, ma io spesso mi addormento sul tappeto, così la guardo e le sento il fiato di notte. Andiamo al negozio di toelettatura e io le sto sempre vicino, così nessuno le fa del male.
Quando siamo a casa, mi fa guardare i suoi libri disegnati sul tavolo della cucina. E io guardo le figure e sto bene e poi corro a rotolarmi sul tappeto, che ho la testa piena di immagini.
E quando dorme, la Elena, e tiene gli occhi blu chiusi, io un pochino ci sto male che non posso fare rumore, con il mio vocione da pastore tedesco, perché vorrei ulularle agli occhi, ogni sera.

La gente scema

marzo 3, 2010

Sarà deformazione professionale, ma io, quando passeggio per le vie del centro le epigrafi funerarie mi fermo a guardarle. Voglio sapere chi è che se ne va e talvolta trovo delle facce che conosco, solo per i lineamenti del viso, che poi a me sembrano sempre diverse le facce dei morti nell’epigrafe da quelle dei vivi che ero abituato a incrociare, passeggiando, per le vie del centro o alle Poste o in banca.
Il centro è il mio microcosmo, ci cammino avanti indietro più volte al giorno, mi tengo in movimento e vedo le facce della gente e alcuni li riconosco anche se non so chi siano, perché ci si vede tutti i giorni e io con questi volti ci instauro una sorta di empatia che mi fa dire poi quando incrocio i loro volti sullo sfondo bianco dell’epigrafe che quella persona non mi era estranea, ma la conoscevo, anche se il nome lo scopro solo adesso, sul foglio che invita tutti ai funerali giovedì alle ore 11 al Duomo.
La Fernanda è una di queste persone, senza nome, ma non sconosciute. La vedevo tutti i giorni alle 11 spaccate al bar da Gino: io bevevo il terzo o quarto caffè della mattina (l’unità di misura dipende dalle rotture dell’inizio turno), lei era almeno alla terza ombra di rosso. Capelli color mogano, lisci, sembravano spaghetti che le cadevano dalla testa, l’immancabile cappotto color cammello, l’occhiale scuro a coprire le occhiaie del viso scavato dall’età. Silenziosa, entrava con il passo leggero e neanche doveva far la fatica di ordinare. Sapevano che le andava bene un rosso di qualsiasi bottiglia aperta, non faceva problemi. Non girava mai con la borsetta, come le altre signore della sua età. Una volta, dopo che se ne era andata con il suo passo lento e impercettibile, quelli del bar mi avevano detto che lei lasciava in conto le ombre, pagava tutto al 28 di ogni mese, regolare come un orologio atomico. Non saltava mai un mese anche se voleva dire andar al bar con le ciabatte di casa ai piedi e la febbre. Tanto doveva far tre isolati a piedi, da casa sua.
Qualche volta usciva anche di giorno con le ciabatte rosa, di quelle di spugna, le calze contenitive color fumo di Londra che le stavano larghe da quanto era secca e il cappotto cammello. Una volta, al bancone, mi era venuta accanto e attraverso l’apertura del cappotto avevo visto la camicia da notte azzurrina sotto. Era uscita senza cambiarsi. Ma nessuno le diceva niente, nessuno la prendeva in giro. La Fernanda dal passo lieve ti passava davanti come un fantasma in carne e ossa.
L’unica volta che mi rivolse la parola ero fuori dal bar a fumare una sigaretta prima di rientrar in ufficio. Si fermò accanto a me e la vidi solo quando mi era ad un passo. “Ho visto la gente scema”, mi disse. E se ne andò.
E’ morta a 73 anni la Fernanda, lo leggo sull’epigrafe. La piangono i due figli, le cognate, i tre nipoti. I funerali sono domani alle 11 al Duomo. La guardo nella foto e fatico a riconoscerla. Aveva gli occhi verdi e io quegli occhi non li avevo mai visti. Nella foto è truccata, ha pure il rossetto. E io ho sempre e solo visto le sue rughe sulla faccia silenziosa.
Si fermano dei pensionati, guardano la foto e commentano. Dicono che era la alcolista che tutti i giorni era in piazza. Io ascolto i loro discorsi. Non disturbava nessuno ma faceva solo pena la Fernanda. E io ripenso a quando mi ha detto: “Ho visto la gente scema”.
Poi me ne vado e mi accendo una sigaretta, non passo per il bar oggi che sono di fretta. Ho commissioni a raffica da sbrigare per l’ufficio e allora prendo l’auto e mi dirigo verso la tangenziale. Al semaforo, dall’altra parte della strada, c’è un’auto ferma. Il semaforo è sul verde, ma il conducente non parte e dietro di lui c’è un autobus del servizio di linea, con l’autista che bestemmia e pigia sul clacson. La pigiatura produce solo un rumore sgonfio, una pernacchia ovattata e quello della macchina davanti manco si scompone. E intanto passano i secondi e il semaforo torna sul rosso. E quello in macchina, allora, si accorge di aver perso il tratto, alza la mano in segno di scusa, e ha degli occhi così vuoti che mi pare, quando gli passo accanto, che dentro non ci sia manco più spazio per le lacrime.
C’ha una faccia che non conosco ma ha degli occhi che ho già visto.
Occhi spenti, di chi pensa che domani non sarà un altro giorno e si vedrà.
No, lui lo sa che ci sarà ancora merda da mangiare, con il cucchiaino, lentamente, senza turar il naso.
Ha gli occhi identici a quelli del mio amico, che l’altra sera, è venuto a suonar a casa mia, per chieder se gli presto 5 mila euro per coprire i debiti degli interessi accumulati con i prestiti delle carte di credito che ha preso, approfittando delle offerte delle Finanziarie.
Sono gli stessi occhi della quarantenne che porta il figlio alla stessa scuola del mio e che si è separata dal marito perché amava un altro uomo. Così mi ha raccontato mia moglie. Ma lui non ha mica fatto lo stesso, è rimasto con sua moglie per quieto vivere e a lei, che era bella di un bello semplice, non so dire bene, ma gli è venuta fuori una ruga sul viso che le ha spento gli occhi.
C’aveva quegli occhi lì anche Sergej, che è apparso l’altra sera al bar, con una faccia dura, da russo incazzato, che faceva paura. E ci sentiva, a me e gli amici, parlar delle solite cose, dei figli che costano, della moglie che sbuffa, dei conti di fine mese, che ad un certo punto il Gino ha tirato fuori la storia che era meglio farsi prete e candidarsi al ruolo di patriarca, che far sta vita grama, e noi a chiedere come mai ci toccava a noi un patriarca che è più di un vescovo, e lui, il Sergej si è avvicinato e pensavamo che si fosse arrabbiato perché il Gino era arrivato a spiegarci gli ortodossi, che son russi, si sa, e lui invece si è messo a dire che stava per tornare a casa per aprir la ditta in Ucraina al suo padrone , che voleva ampliar il business e quello l’aveva nominato due ore prima direttore e non aveva nessuno con cui festeggiare la promozione. E allora gli abbiamo offerto noi la birra, ma ci aveva degli occhi quando gli abbiamo chiesto da quanto mancava da casa e lui ci ha detto che erano 5 anni. Cinque anni che lavorava di continuo e mandava i soldi a casa, con una lettera, attraverso i corrieri abusivi che partono dalla stazione con i furgoni il venerdì e dei suoi figli sentiva la voce il sabato, ogni 15 giorni, sennò spendeva troppo.
E adesso se mi guardo io allo specchietto retrovisore li vedo quegli stessi occhi, sulla mia faccia. Son sei mesi che mia moglie mi dorme accanto come se fossi morto. Lei si gira dall’altra parte per non sentir il mio fiato e se la sfioro, si scosta come se provasse uno schifo che non le esce dal cervello ma direttamente dalla pelle. E a me ogni sera, vien da dirle di sparire dalla mia vista, che se le faccio così schifo a pelle, sarebbe meglio se scomparisse lei e tutta la sua dinastia e poi invece non lo faccio, perché so che , dopo, sarei solo e non saprei cosa farmene della mia libertà a sessant’anni. Sarei dentro una casa in cui l’unico battito cardiaco è il mio e sentirei quel ritmo scandire solo la mia marcia funebre. E allora scaccio il vaffanculo e cerco di dormire.

Non ho fretta

gennaio 27, 2010

foto di Palmasco

La cameriera della tavola calda avanza con passo spedito, si vede che è abituata al caos. Tutti che hanno fretta, tutti che vogliono mangiare veloce, che han un sacco di cose da fare. E mi guarda, da lontano, con il taccuino delle ordinazioni in mano, e la camicetta bianca aperta mostra, sotto, una canotta damascata. Lei si accorge subito che le sto osservando la canotta, chissà che pensa. Magari che son il solito che si accende per una canotta su una donna formosa. Non è lei ad attirarmi, è quel girigoro damascato che mi costringe a guardarla; mi ricorda un divano che aveva in casa mia nonna.
Finisco con il sentirla familiare, lei che mi ricorda il vecchio divano di mia nonna su cui mi divertivo a giocare con le mie caccole, lanciandole il più lontano possibile. Giochi da bambino. E mollo là un mezzo sorriso, da sopra il libro che ho aperto svogliato, per interrompere l’attesa con un gesto utile, che fermi la tensione.
La cameriera mi si avvicina con passo svelto, il taccuino in mano, lo sguardo serio che risponde appena al sorriso.
“C’è da aspettare, glielo dico subito”, mi dice veloce, dopo avermi osservato.
“Torni anche dopo, tanto mica ho fretta”, le rispondo.
Lei mi guarda come se fossi un folle. “Qui tutti hanno fretta, signore. Questa è New York”. E io le sorrido. “Infatti, io non sono americano”.
E ricaccio la testa tra le pagine del libro, come se all’improvviso fosse l’unica cosa che mi interessasse. Faccio finta che mi piaccia assai, la guida alla New York by night, che ho comperato alla libreria all’angolo.
Lei mi fissa ancora un attimo, solleva le spalle e se ne va, indicandomi con un cenno all’uomo del bancone, che è al telefono a prender le ordinazioni. Mi immagino che sia la segretaria di un dirigente d’azienda all’altra parte della cornetta, che ordina al messicano, sì, dai c’ha la faccia da messicano, il solito ( ovvero un panino al tacchino e lattuga) per il suo capo in riunione con lo staff.
Annoiata lei, annoiato lui, che al cenno della cameriera comincia a fissarmi perché così ha qualcosa di diverso, per un attimo, da fare.
Dall’altra parte, seduta al tavolo davanti a me, una ragazzina mangia il suo hamburger
discutendo con una signora. Sicuramente è sua madre, lo capisci dall’occhio sottomesso e annoiato della ragazzina. Dietro di lei una signora con gli occhiali alla John Lennon osserva un bel ragazzo moro, alto e muscoloso, con un giubbotto da addetto alla sicurezza che sta in piedi e racconta una barzelletta sconcia al collega, mentre aspettano il pollo fritto che hanno ordinato.
Il bancario in camicia azzurra, dietro di loro, aspetta impaziente il suo turno. Mamma mia, mette il nervoso da quanto è infastidito dal perdere secondi preziosi.
Ognuno tradisce l’attesa a modo suo. La ragazzina si butta sul cibo per dimenticare l’ennesima critica di sua madre che le contesta i brutti voti a scuola. L’addetto alla security la butta in ridere perché, evidentemente, al collega poco altro ha da dire. La signora al tavolo a fianco lo fissa divertita, per dimenticare la noiosa conversazione con il collega dell’ufficio che le parla solo di lavoro e non si accorge di come lei si tocca i capelli quando lo guarda.
Il ragazzo del bancone mi fissa, ostinato; mi sa che la voce della segretaria all’altro capo della cornetta lo annoia davvero. Tutti i giorni a sentire gli stessi discorsi, lo stesso tono. Tutti hanno fretta di andarsene, anche la cameriera che finisce il turno alle 3. Suo figlio la aspetta a scuola. Hanno appuntamento dal dentista alle quattro e mezza.
Ecco perché non ha voglia di sorridere a uno straniero con un libro in mano che fretta assolutamente non ne ha.
Il brusio del locale quasi non lo sento più, fisso le persone, da sopra il mio libro aperto su una pagina a caso, e i rumori sono tutti ovattati.
Qui dentro, mi dico, sono entrato per caso. Per ingannar l’attesa di lei. Natale è tra 3 giorni. Sono entrato qui dentro perché non avevano agghindato il locale come un enorme albero di Natale. Un grappolo di palline rosse beneauguranti, un paio di campane dorate, son state evidentemente sufficienti per ricordare che nonostante la fretta, è periodo di festa. Bravi, han fatto bene.
Per me è pure troppo, ma è il minimo in una città tutta luci come New York. Io che la aspetto, non ho bisogno del clima di festa per ricordarmi che la amo, amo da una vita, e da una vita la aspetto. Mi sento in sintonia solo con la pala, immobile, del ventilatore sul soffitto. Fermo mentre il mondo gira attorno. Lui aspetta che lo accendano. Io aspetto che lei si renda conto che io sono qua, in una tavola calda di New York, e la penso sempre.
Mi chiedo adesso cosa sta facendo. Se porta la mano ai capelli per scostare il ricciolo che le cade sugli occhi o se sta bevendo l’ennesimo caffè davanti al computer. Se apre la mail, sperando di trovare un mio messaggio o se non si ricorda più neanche come era il mio sorriso accennato quando tornavo a casa stanco dal lavoro. Se ha già fatto tutti i regali di Natale. Se ha voglia di farsene uno così bello da paralizzarmi il cuore.
La cameriera è tornata, mi fissa, con il taccuino aperto. “Allora, vuole ordinare?”.
“Dopo”, le dico.
Non ho fretta. io.

A me piacciono gli esperimenti e i giochi. Ho chiesto a Palmasco di mandarmi una foto, che mi ispirasse un racconto. Questo è il risultato. E lo ringrazio, spero si diverta pure lui.

Ha ragione la dottoressa

gennaio 20, 2010

Se guardo dalla finestra, mi par di esser dentro la nebbia e invece è solo lo scarico abusivo del vicino che si è fatto la sauna in garage. E il fatto che sia abusivo rende più bello il tutto, mi pare. Questo scorcio di buio, là in strada, che vedo dalla finestra del terrazzo e questi grandi sbuffi di vapore che escono dall’angolo del garage, da quel tubo che i vicini dicono sia abusivo, mi piacciono.
A me, che quel tubo sia sprovvisto di autorizzazione, poco importa. Lo so che non dovrei far finta di niente. Io, non dovrei.
Ma mi mette allegria veder quel fumo bianco salir dall’angolo della casa di fronte, verso il cielo nero, perché è notte e fuori fa freddo e pure qua in casa, nonostante la caldaia lavori, oggi fa freddo. O sono io che son fredda?

Mi presento: sono Sabato Martina, anni 34, ispettore alla Polizia Municipale, in attesa di trasferimento al reparto Motorizzato. Single, come si dice oggi, ma sulla carta d’identità c’è scritto nubile. Ma se dico che sono nubile, mi guardano come fossi una strana. Nubile non si dice; si dice single, all’inglese.
Bah.
Dovrei dire invece zitella, me l’ha detto la psicologa la settimana scorsa.
“Guardi, il single è quello che sta bene da solo, nella sua condizione monofamiliare. Lei, scusi, ma alla condizione monofamiliare, mica ambisce, anzi le fa male, le sta stretta. Si dovrebbe dire che lei è una zitella, ma capisco che suona brutto”.
Ha ragione la dottoressa.
Ci riprovo.
Mi chiamo Sabato Martina, anni 34; agente alla Polizia Municipale, in attesa di trasferimento al reparto Motorizzato. Zitella.
Eh.
Secco, deciso, sincero. Cavoli, che presentazione…ma rischio di passar per una fallita e io non credo di esserlo. Almeno per otto delle 24 ore che compongono la mia giornata, io fallita, proprio no.
Io lavoro all’ufficio ambientale: compilo i rapporti e i verbali finali al termine dei controlli eseguiti dai colleghi che escono per le ispezioni.
Discariche abusive, abbandono di rifiuti pericolosi o sanitari. Violazioni al regolamento di igiene ambientale e a quello per la tutela degli animali. Io rileggo tutto, compilo tutto, preparo i fascicoli, poi li porto all’ufficio del pubblico ministero di turno, se serve, se c’è fretta. Oppure li spedisco via fax.
Adesso mi han accettato la domanda di trasferimento al Motorizzato, il reparto dove escono con le macchine e le moto per rilevare gli incidenti. Anche là, mi han già detto, dovrò occuparmi dell’inserimento dei dati. Nomi, cognomi, numeri di documenti, targhe, patenti. Rilievi, misurazioni, disegni da passar allo scanner. Codice della Strada alla mano, per controllare che i comma e gli articoli indicati sian giusti.
Son brava. Dimenticavo, sono laureata in Scienze politiche, voto 105.
Ho finito l’università sei anni fa e mi sono trovata a casa da mia madre che mi annoiavo. Lei ricamava, io mi son letta tutto il giornale e c’era l’articolo sul concorso per 20 posti da vigile urbano e ci ho provato. E ho vinto, sono arrivata prima. Chi dice che son una fallita, si sbaglia proprio. Per carità non sono una operativa, ho mansioni d’ufficio io. Ma mi va benissimo così: non porto la divisa ed è una fortuna perché il cappello mi sta davvero male in testa. E quando finisco il mio lavoro posso dimenticarmi di esser un agente della Polizia Municipale. Nel mio palazzo non lo sa nessuno che lavoro faccio e di conseguenza se c’è un tubo abusivo nel palazzo di fronte, da cui esce del vapore, io posso fregarmene.
Ah, dicevo del cappello. A me non stanno. Lo devo mettere solo per la festa del corpo, a San Sebastiano a maggio, quando partecipo alla cerimonia in basilica e alla festa col sindaco e mi tocca il picchetto d’onore, perché le donne son più carine e se stan davanti è meglio, dice il comandante.

Me l’ha detto anche il dottor Farfarti, che è meglio se stiamo davanti noi ragazze, che siam carine e abbiamo volti dolci e la gente non può far il gesto dell’ombrello a delle vigilesse dai volti dolci. Che si sa che noi vigili, mica siam simpatici…
Ha ragione il dottor Farfarti, che quando vado a bussar alla sua porta in Procura, in Cancelleria, è sempre gentile con me e mi chiede se voglio un caffè mentre controlla le carte che gli ho portato, e lo prepara lui, mica chiede alla segretaria. Chiude la porta, prende la cialda e la mette in una fessura della macchinetta grigia e rossa della Illy. Fa un rumore, una specie di clock, la cialda quando cade nella fessura, e poi esce il caffé, buono. E Farfarti si ricorda sempre che prendo il dietor e non lo zucchero normale, e me lo passa assieme al bicchierino e al cucchiaino di plastica. Che brava persona che è.
Si vede che è uno che conta in Procura. Che a volte se arrivo e lui in stanza non c’è, io lo aspetto fuori, in corridoio, e tutti al suo passare gli stringono la mano.
E se mi vede che lo aspetto, mi fa un sorriso grande, e mi lascia il passo per entrare e mi fa sedere e aspetta per sistemarmi la sedia.

Me l’ha chiesto, l’altro giorno, Farfarti se sono single. E mentre gli dicevo che sì, ero nubile e poi ho corretto subito dopo in single, e pure in attesa di trasferimento al Reparto Motorizzato, gli ho guardato la mano e non aveva mica la fede, quella da matrimonio, ma la pelle del dito era come scolorita, come se si fosse abbronzato con l’anello e poi l’avesse tolto.
E allora quando il dottor Farfarti mi ha chiesto se il caffè lo prendevamo fuori, che aveva voglia di quattro passi in strada, invece di berlo in ufficio, io gli ho detto di sì.

E quando al bar dalla Marisa, vicino alla Procura, ha insistito per pagare e mi ha detto che una bella ragazza, dal viso dolce, mai dovrebbe metter mano al portafoglio, io ho sorriso e lui mi ha detto che se mi faceva piacere, una sera, si poteva andar a mangiare una pizza assieme. E io ho detto di sì.
E intanto gli guardavo le labbra, che componevano, muovendosi , quella frase. “Se le va, una di queste sere, potremmo mangiare qualcosa assieme”.
La pizza l’ho aggiunta io, sottintesa. Che son abituata ad andar in pizzeria coi colleghi e al ristorante ci vado solo per il compleanno di mamma, a giugno, qualche giorno prima di San Sebastiano, che è la festa del corpo, e dopo il picchetto d’onore si va tutti in pizzeria.

Dicevo, gli guardavo le labbra, che si muovevano per parlarmi, e io pensavo che dovevano essere morbide quelle labbra, che non c’era segno di vecchiaia, che i denti erano bianchi. E all’improvviso mi sono chiesta, parlando tra me e me, in silenzio, come sarebbe stato baciarlo il dottor Farfarti.
“Chissà che sapore ha questa bocca?”, mi son chiesta. E, involontariamente, mentre lui parlava, ancora con il braccio appoggiato al bancone del bar della Marisa, ho allungato un dito e glielo ho poggiato sul labbro inferiore come si fa quando si toglie qualcosa che è rimasto sulle labbra di una persona che conosciamo. Solo che io devo averlo lasciato un pochino di più. E quando mi sono accorta che l’avevo sfiorato, involontariamente, il labbro inferiore, sono diventata tutta rossa, e ho nascosto subito il dito in tasca, con tutta la mano, ovvio, mentre il dottor Farfanti prendeva di corsa un fazzolettino di carta dalla tasca della giacca, convinto di aver la bocca sporca di caffè.
E poi con una scusa me ne sono andata via di corsa, gli ho detto che mi ero accorta che ero in ritardo e mi aspettavano in ufficio che c’era un verbale da registrare e l’ho lasciato lì, Farfanti, a guardarmi mentre scappavo fuori dal bar, urlando “comunque, grazie per il caffè, dottore”.
E in strada mi sono messa a correre e solo a quattro isolati dal bar, ho rallentato, ho respirato, ho tirato fuori la mano dalla tasca e ho guardato l’anulare e me lo sono portato al naso, prima, e alla bocca, poi. E ho leccato il mio dito. E ho sentito il gusto del caffè della Marisa, che era davvero rimasto sulle labbra del dottore, e l’odore del dopobarba Opium, quello che avevo sentito in profumeria dalla Marta, e mi sono fermata.
E sarà stato il profumo, credo di sì, ne sono convinta, se mi è venuta voglia di girarmi e tornare indietro, correndo, rientrare nel bar e baciarlo il dottor Farfarti.
Così, baciarlo, senza una parola.
Tirarlo per il bavero della giacca verso il mio petto, sfiorar con le mie labbra le sue, muovere lentamente la lingua, guardinga, per evitar una sua brusca reazione, annusarne l’odore lentamente. In silenzio. Lentamente, senza mai mollare la presa. Decisa, come solo può essere una donna che non si sente una fallita, mai.
E il bello è che mi son girata sul serio e mi son messa a camminare, a passo svelto, verso il bar. Sorridendo.

E poi l’ho visto, il dottor Farfanti, uscire dalla porta sottobraccio ad una ragazza, coi capelli rossi, il tacco alto, il tailleur grigio con la gonna così stretta che mi son chiesta pure se respirava o camminava solo. E ridevano, e lei scuoteva, ancheggiando sui tacchi, i capelli lunghi e lui la guardava. E gli ho visto lo sguardo al dottor Farfanti. Quello di chi si chiede che sapore hanno quelle labbra rosee, se sanno di menta delle Tictac o di tabacco, se quella fessura si schiuderà o rimarrà serrata.
L’ho visto il suo pensiero.
E poi ho visto il mio, che mi diceva di far dietrofront e camminare, di fretta, fino a quattro isolati più in là. Facendo finta di non averlo più un anulare.

Boh, c’ha ragione la dottoressa.
Mi chiamo Sabato Martina, anni 34; agente alla Polizia Municipale, in attesa di trasferimento al reparto Motorizzato. Zitella.

Carta straccia

gennaio 18, 2010

Che divertente che sei, come mi fai girare, su questa pista piena di luci, e io vedo solo noi che giriamo. Che bello che è giocare, io e te. Mi tieni la mano, la accarezzi, gentile; sono libera, nessuno può dirmi nulla. Ballo e gioco con te, che mi tieni la mano e non la molli. E mi tiri, e mi inviti a ballare e a me piace. Giochiamo a far i sexy? Guardami, non sono bella, così libera? Guardami che mi muovo addosso a te. Domani ti ricorderai solo di un foglio di carta che volteggia nell’aria. Ma ora sono qui, giochiamo. Tu sorridi, lo capisci che io stasera ho voglia di sentirmi solo una ragazza che balla, sensuale come un aeroplanino di carta che rimbalza il vento.

Oh, cosa fai? Mi prendi e mi fermi. No, non si fa così, lasciami ondeggiare, lasciami esser leggera. Cosa fai? Perché adesso mi stringi così forte che mi fai male al braccio, perché mi dici quelle cose? Perché mi guardi così?
No, questo gioco non mi piace.
Non ti avevo chiesto di afferrarmi, ma di farmi esser leggera. E’ tutt’altra cosa, questa. Cosa fai con quella mano? La camicetta lasciala lì.
No. Lo capisci un NO, N-O, te lo urlo.
Ma mi sento muta, pesante, non sono più carta che svolazza, sono sasso che sfonda.

Cosa vuoi da me? Perché mi tiri in quel modo? Perché non mi ascolti?
Non è divertente, non ho alcuna voglia delle tue mani addosso, sono fredde. Il freddo mi sta entrando dentro, basta.
Mi fanno male, le tue mani. Lasciami andare, lasciami esser aeroplanino di carta che vola.
Sono mani che mi buttano giù, le tue, che mi costringono a tirar le gambe al petto per proteggermi. Non mi toccare.

Il tuo viso ha cambiato espressione, mi guardi come se non fossi più carta che ti svolazza davanti, ma cartone pesante, da tagliare. E mi tiri, mi tocchi e io ho paura adesso. Te la senti, la mia paura, e ti piace, ti fortifica.
Io urlo ma esce solo un brusio che te non senti e io mi sbraccio e te non la smetti, l’odore della mia paura ti eccita e mi urli di dare senza fiatare.
E mi schiaffeggi la pelle, forte, e poi quel dolore e all’improvviso io sono solo carta straccia.