Archive for giugno, 2010

L’indirizzo di casa

giugno 19, 2010

Le storie traslocano nella casa nuova.

D’ora in poi le leggete qui:

http://www.lestoriedimitia.it/wp/

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Una pacifica agitazione

giugno 18, 2010

Ti guardo e le budella si mettono in movimento, il succo gastrico circola, su e giù, fa caldo dentro questa pancia.

Ti guardo camminare verso di me e dentro la testa sono solo un metro che calcola i centimetri che separano la mia pelle dalla tua.

La sentirai, tutta questa agitazione di budella, di succhi, di scossette, di fame, che ho dentro?

Lo vedrai che sto sudando, che ho caldo, che ho il cervello, che ogni centimetro che scompare, entra in una modalità fatta di sete di midollo, che ho le ossa molli?

Lo vedrai che sono qui, imbarazzata, con questa pancia brontolona, che detta i miei passi e mi incita a ridurli in fretta questi centimetri?

Mi stai davanti e mi sorridi, adesso, e questa fame dalle ossa passa a muover la bocca, le dice che c’è da fare e da dare.

Per aver pace.

La carogna

giugno 10, 2010

Edoardo si accese una sigaretta, poi andò a cercare la coperta che teneva sulle ginocchia per tirarsela verso la pancia. Dopo una giornata caldissima era arrivato chissà da dove un venticello fresco, quasi screanzato e sentiva i brividi addosso. Era mezzanotte ma Edoardo voleva restare ancora seduto in veranda a sentir il rumore degli alberi.

Dei passi nel prato davanti casa. Edoardo girò la testa, fermò la mano che stava portando la sigaretta alla bocca. “Chi è?”, disse guardando in direzione degli alberi. Non ottenne risposta. Eppure il rumore l’aveva sentito. Passi lievi di piede leggero che cammina a piedi nudi sull’erba bagnata della sera. Passi convinti di chi non sta cercando di non farsi sentire. La camminata di chi non ha paura. “Chi è ?”, tornò a ripetere.
Ottenne solo il silenzio come risposta.
Poi sentì caldo al viso, la sensazione di una mano che sfiora guancia e capelli. “Emma, sei tu?”

Edoardo si portò le mani agli occhi, con un moto di stizza. Si stupì di ricordare ancora quel nome. Avrebbe voluto cavarli e lavarli, uno ad uno, quegli occhi che non servivano a niente.Si mise a girar la testa da un lato all’altro della veranda, come se nell’oscillazione nervosa qualcosa si potesse intravedere. Un bagliore, un movimento. Niente, c’era solo buio. E la carogna, dentro.

Si alzò di scatto dalla sedia e andò, con le mani, a cercare il bastone appoggiato alla balaustra. Cominciò a camminare su e giù per la veranda. Il bastone picchiava a terra, sul legno del terrazzo, con colpi irrequieti. Dentro gli stava montando quel fastidio, quel bisogno di distruggere. Gli sarebbe piaciuto aver in mano un bastone grosso, nodoso, e cominciar a tirar colpi al cielo, agli alberi, ai pensieri strani che gli passavano per la testa. Fino a romperli, uno per uno. Si ritrovò davanti alla sedia, la riconobbe dal suono diverso del colpo del bastone sul legno. E allora tirò un calcio, fortissimo, che fece volar a terra la sedia, con un botto rumoroso. Girò la testa verso il giardino, cercando di respirare. Doveva calmarsi. Avrebbe pagato _ pensò _ chissà che cosa per vedere un lampo di luce, un raggio di sole che gli facesse lacrimare l’occhio, un colore.

La pelle di Emma. Ancora lei. Per alcuni giorni, dopo l’incidente in moto, gli amici gli avevano portato sue notizie. L’avevano vista al mare, dal giornalaio, al bar. Gli occhi bassi, coperti dagli occhiali. Piangeva.
Ernesto lo prese in disparte: “Se vuoi vado io, le spiego tutto e la avviso che sei in ospedale. Te la porto”.
Ma Edoardo lo zittì: “Non è importante, io non ci penso. Perché dovete farlo voi?”. E così i discorsi, cadendo nel buio, finirono con l’essere dimenticati. Il buio si era portato via tutto, come quando butti la sigaretta nel cesso e tiri lo sciacquone.

Edoardo sentì la carogna agitargli le budella. Provava odio. Per tutto. Persino per il nero che gli era amico fidato. E si ritrovò a pensare che avrebbe volentieri spaccato qualsiasi cosa pur di riveder quegli occhi verdi, i capelli castani, il naso. Avrebbe buttato giù un muro a testate pur di rivedere quel culo che gli sorrideva sempre. L’aveva sognato, qualche volta, e si era eccitato anche se era solo in penombra. Per calmarsi aveva dovuto masturbarsi. Emma gli aveva fatto da subito quell’effetto. Lei gli era apparsa davanti un giorno. E lui da quel momento aveva sentito solo fame. Delle labbra di Emma, del corpo di Emma, del suo odore. La faccia in mezzo alle gambe.

“Basta”, urlò Edoardo verso gli alberi nel giardino e si mise a sbattere il bastone, una, tre, venti volte, contro la balaustra della veranda. Lei era solo un passatempo. Non era bella, non era dolce, non aveva uno sguardo che lo spaccava. Non era vero che ogni volta che la sfiorava e la sentiva ridere, si sentiva fatto di vetro e che quando lei lo stringeva forte e gli ansimava all’orecchio, lui si sentiva pane. Non aveva fame, non voleva sfamare. Non sentiva niente, non voleva niente. Portò la mano, tra le gambe, sentì la carogna gonfiargli il cazzo e fargli male. Scosse la testa velocemente. Solo il buio poteva calmarlo.