Haiti-Parigi

gennaio 13, 2010

di Roberto Lamantea*

Vedo i volti delle vittime del terremoto ad Haiti, le fotografie sul sito di Repubblica, volti lacerati, come le pietre. Ma come sempre, sono i loro occhi a trafiggermi, come mi tagliano gli occhi di un cane abbandonato o quelli di un anziano solo in una casa di riposo. Gli abitanti di Haiti, quelli sopravvissuti, hanno il viso lacerato come le pietre dei palazzi. E’ il dolore. E’ il dolore la mia ossessione. E sento ugualmente lacerante, ancora, l’assenza di Dio, il silenzio di Dio _ forse – di cui scriveva il poeta austriaco Georg Trakl. O il Dio invocato, negato, cercato, di Simone Weil. Sento anche un dolore lontano come un dolore mio. Sento il dolore di un filo d’erba, di un gatto o un cane randagio, di chi è solo sulla terra. Essere un poeta è diverso da scrivere poesie. E’ essere un sismografo, è avere nelle vene e nei nervi tutto questo incomprensibile dolore.

Così provo dolore quando muore un grande, ma è diverso. Non è la tragedia della storia e della natura. E’ una privazione violenta, una cancellazione. Quando all’improvviso è mancata Pina Bausch – l’ho conosciuta e incontrata più volte _ per me e per moltissimi sulla terra è stato un dolore devastante. Quando muore un grande una parte di noi se ne va, dal mondo vola via un po’ di bellezza. Perché un grande regala bellezza, rende il mondo migliore. Io che sono ossessionato dal dolore delle cose e delle creature e mi ritengo ateo – ma sul mio ateismo continuo ad avere dubbi – mi riconosco nella visione desolata che offre il cinema di Robert Bresson o Krysztof Kieszlowski, o Ingmar Bergman.

Nei giorni scorsi se ne è andato un altro grande, Eric Rohmer. Rohmer non cantava il dolore né l’assenza. Rohmer cantava la leggerezza della vita, narrava i batticuori, gli slittamenti del pensiero e del desiderio con la tecnica del thriller. Nei suoi film non succede niente, tranne in pochi, come “Il segno del leone”, dove c’è un percorso narrativo. Gli altri film del cineasta francese parlano di incontri tra giovani, in vacanza in provincia o in città (Rohmer è uno dei grandi poeti di Parigi), di amori nel trascolorare delle stagioni, dell’ironia dei proverbi sulla commedia della vita. Alcuni suoi film sono amari, come “Reinette et Mirabelle”; altri intensamente lirici, come lo stupendo “Il raggio verde”. E’ un regista intellettuale, raffinato, letterato, usa un pennino sottilissimo per disegnare caratteri, psicologie, attese, disincanti, buffi equivoci (come nel delizioso “L’amico della mia amica”), un erotismo delicato e forte nello stesso tempo (“Il ginocchio di Claire”, “L’amore il pomeriggio”), fughe, solitudini. L’amore come nei proverbi arriva quando non lo attendiamo e da chi non aspettiamo. E’ il regista di una civiltà superiore: in tutto il cinema francese (Renoir, Clair, Truffaut…) si respira il rispetto dei sentimenti, mai derisi, dileggiati, a meno che la violenza non sia metafora del male “ontologico” di Bresson (“Au hazard Balthazar”, “Il diavolo probabilmente”, “L’argent”), allora anche l’amore diviene cupo crudele gioco e perfino stupro.

Scoprire il cinema di Rohmer è innamorarsi di nuovo della vita, nonostante il dolore, la coscienza, la conoscenza, la perdita, una solitudine di marmo levigato, l’assurda violenza tessuta nel genere umano e costruita dalla sua storia. Il cinema di Rohmer ha l’impalpabilità del respiro, perché come un respiro ci cambia. Rohmer non c’è più, nessuno ci darà più i suoi film.

Provo amarezza nel vedere che i maestri non sono sostituiti da nessuno. Bresson, Truffaut, Rohmer, Bergman, Antonioni, Pasolini avevano una visione della vita, della società, del destino; chiamiamola filosofia, se vogliamo; spessore intellettuale, infinita sete di ricerca. E la sapevano tramutare in linguaggio, stile, scrittura, ritmo, figura. Oggi vengono pubblicati anche buoni libri, a volte eccellenti; film molto belli, ben costruiti, recitati in modo magnifico. Ma quasi nessuno offre una visione della vita, della morte, di Dio o della sua assenza, della natura e della sua bellezza e crudeltà (il “giardino fiorito” dello “Zibaldone” di Leopardi), del perché siamo venuti al mondo, che senso ha tutto. E nessuno sa più raccontare attraverso storie, volti, corpi, batticuori, colori e luci, tutto questo. Ogni volta che un grande ci lascia (grande nel cuore) siamo più poveri.
(scritto il 13 gennaio 2010)

* Roberto Lamantea è un giornalista, critico di danza e di teatro. Ha pubblicato brevi saggi e libri di poesia. L’ultimo è “Verde Notte”.
E’ soprattutto mio amico, di quelli veri. E devo anche a lui se questo spazio, dedicato ai miei racconti, è nato. Lo ospito con vero piacere, perché le sue parole, così
competenti , arrivino a tutti. Senza grandi che sappiano indicarci una chiave di lettura della vita, della nostra contemporaneità, la cultura è inesorabilmente in via di estinzione. Spero di poterlo ospitare qui, ancora, quando vorrà. Mi casa es tu casa, Robi

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