L’Amalia Muniega

dicembre 14, 2009

 

– Amalia, ciao. Come va?

– Bene, da dove arrivi?

– Arrivo da Udine. Che serata. Non hai idea, a sfrecciare a passo lento non si arrivava più. Per fortuna non si è suicidato nessuno stavolta e sono arrivato con soli 5 minuti di ritardo.

– Fa così freddo stanotte che toglie anche la voglia di suicidarsi.

– Ahhahahahahha, vero. ‘Scolta, vado fino a Venezia e poi torno tra mezz’ora in deposito, ci vediamo là?

– Se posso, sì.

– Ti lascio aperta l’ultima carrozza e vieni a dormire, stanotte fa troppo freddo per stare qua.

– Grazie. Forse arrivo. Non lo so.

Il regionale da Udine per Venezia riprende il suo passo lento verso il ponte della Libertà. Amalia lo guarda allontanarsi, ferma sulla banchina, si stringe al collo il bavero del cappottone grigio e si incammina verso la sala d’attesa della stazione di Mestre. E’ chiusa. Di notte, per motivi di sicurezza, sprangano gli accessi e poco importa alla dirigenza se i barboni della stazione devono dormire sui marmi dell’androne al freddo. Amalia Muniega sorride, guardando le lucette intermittenti dell’albero di Natale in fondo alla sala d’aspetto. Spinge la faccia contro il vetro per guardare bene il presepe. Le era sempre piaciuto il Natale quando era giovane e mamma. La Amalia in stazione ci vive da anni, così tanti che le sembra di esserci nata.

E’ diventata la sua casa da quando la moglie di suo figlio l’accusò di aver rubato in casa e le intimò di sparire. E lei che era già vecchia, all’idea di non poter più parlar con suo figlio, che la odiava, andò in stazione per buttarsi sotto un treno e farla finita. Era pronta a far il salto un attimo prima che passasse il treno da Trieste, ma quello le urlò contro un Noooooo fischiato, così potente, che lei fece un balzo indietro per la paura.

Amalia ad ammazzarsi non ci ha più pensato, ora parla con i treni. Ne raccoglie le confidenze stanche all’arrivo in stazione, ne riconosce il passo sulle rotaie e con loro scambia qualche parola, lei che al mondo non ha più niente da dire. Solo con loro parla. E i treni di notte han le porte che si inceppano e restano aperte così lei può arrivar al deposito e salirci sopra e dormire sui seggiolini invece che sul marmo dell’androne della stazione. I treni mica le urlano contro che è sporca, vecchia, una barbona, che è brutta con quella barba bianca e il cappotto militare e le scarpe da alpino presi alla mensa dei poveri.

La gente è cattiva, i treni no. Al freddo di certi occhi che le passano attraverso come se non esistesse, preferisce la fredda lamiera del pendolino e dei suoi fratelli, che le raccontano di viaggi lenti in posti lontani, di ritardi e scambi, di bambini che corrono felici su e giù per i corridoi delle carrozze, di famiglie in partenza. Agli schiaffi dei tossici, che la svegliano per aprirle a forza il cappotto e vedere se ha qualche spicciolo, preferisce una vita rasente muro. La faccia attaccata al vetro, la Amalia fissa il presepe e l’albero di Natale illuminato. Fa freddo, accidenti. Siamo a due giorni da Natale e c’è il gelo, qui fuori, pensa. Guarda il termometro a fianco della porta. Sei sotto zero. 

Manco è ancora ufficialmente nato e l’avevan già messo qua per comodità, pensa la Amalia, ma la Madonna guarda che faccia che ha…manco piange che lui non c’è più e la culla è vuota. Ma che madre è questa? Che si consoli col bue e l’asinello, che con un freddo simile non si lascia i piccoli nudi. E poi non si dispera. Ma cosa vuoi pretendere da una che è vergine e non si è sporcata come noi?

La Amalia guarda il grande orologio della stazione. Stamattina si è fatta coraggio e ci è entrata nella sala d’aspetto piena di gente, rasente muro, attenta a non farsi vedere e toccare e si è messa a fissare da vicino le lucette dell’albero. E poi ha allungato la mano, la stessa che ora accarezza il rigonfiamento della tasca destra del cappotto. Nella tasca interna, cucita per nascondere i panini presi dal cassonetto del fast food, che quelli li buttano via se dopo due ore non li ha comperati nessuno, adesso c’è lui, avvolto in un fazzoletto di cotone.

Amalia lo accarezza attraverso la tasca e si incammina verso il deposito dei treni. Ritrova l’amico regionale da Udine, con il portellone aperto dell’ultima carrozza, ci sale a fatica, un passetto alla volta. La carrozza è buia, lei però anche se è vecchia ha gli occhi ancora buoni e procede poco alla volta, poi si sdraia su una delle poltrone.

Sfila il fazzoletto dalla tasca, apre i lembi con cura, prende la statuina nel palmo della mano e la appoggia delicatamente sul sedile. Il bambino nudo le sorride, gli occhi azzurri e le guance paonazze. L’Amalia gli sfiora delicatamente il viso, poi prende la sciarpa da sotto il cappotto e la avvolge attorno alla statuina.

– Amalia, che cos’è? le dice il regionale.

– E’ il bambin Gesù

– E dove l’hai preso?

– Dalla sala d’aspetto. Pensa che l’hanno messo nel presepe due giorni prima di Natale. E’ un prematuro. E fuori fa freddo.

– Cavoli, temevano di dimenticarsi? E che te fai?, replicò la voce delle lamiere.

– Gli voglio bene

– Giusto, e il nome, gli tieni il nome?

– No, altrimenti diventa un povero cristo come me.

Questo è il mio contributo al Postsottol’albero2009 di Sir Squonk, il link lo trovate nel post precedente

L’ho messo anche qui che mi spiaceva non ci fosse, alla fine…ma voi andate a leggervi tutto il Psla


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2 Risposte to “L’Amalia Muniega”

  1. sissi Says:

    vista la situazione di questi giorni, mi chiedo dove sia finita amalia…e se è tornata in tempo per far nascere il povero bambin gesù :S
    s.


  2. da quel che so è salita sul regionale ed è sparita con lui


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