Il benefattore

novembre 6, 2009
“Mi abbracci? Ho voglia di coccole”.
Piero si girò per guardarla bene. Non poteva essere così cretina.Era filato tutto liscio, avevano cenato assieme all’osteria Da Gianni, poi Emma lo aveva seguito a casa sua, senza alcun indugio.I soliti preliminari scontati, un bicchiere di vino davanti all’impianto stereo, il disco che girava, la puntina che grattava il solco. “Ma ascolti ancora i dischi in vinile? Roba da matusa”, aveva detto, ridendo.

Lui aveva sorriso, poi l’aveva presa alle spalle, premendo il ventre addosso al suo sedere e il resto era scivolato via, sereno e semplice, niente che l’avesse sconquassato dentro. Una bella scopata. Poi, l’errore.

“Mi abbracci? Ho voglia di coccole”.

Il sorriso sornione, post coitale, di Piero scomparve lasciando il posto al freddo.

“Certo”, le disse. “Aspetta un secondo, che arrivo”.

Emma era seduta sul letto, teneva le gambe strette al petto e guardava la stampa di Pollock sul muro davanti. Attendeva il premio. “Eccomi”, le disse Piero prendendola di nuovo alle spalle. Con una mano le strinse il mento, con l’altra le passò veloce sul collo senza accenni di rughe un coltellaccio dal manico marrone. Lei non fece neanche in tempo ad urlare, venne colta di sorpresa da quella violenza inattesa.

Emma moriva lentamente, soffocata dal sangue che sgorgava a fiotti dalla giugulare recisa. “Lo senti il freddo anche tu?”, le disse Piero. “Ti credevo diversa”. Lei non rispose, si limitò a sobbalzare sul materasso, la bocca muta che si apriva a cercare l’aria. I movimenti, pensò Piero, erano identici a quelli di un pesce gatto preso all’amo e sbattuto sulla riva del fiume, gli occhi che si spengono un pochino alla volta. Lui sorrise, malizioso, avvicinando la faccia alla sua. Sentì che anche il freddo se ne stava andando, lentamente.

Prese il coltello e se ne andò in bagno. Lavò la lama sotto il getto del rubinetto del lavandino, con gesti precisi. E visto che c’era, si fece una doccia. Caldissima.

Quando tornò in camera, lei era solo un corpo morto su un materasso rosso sangue. “Emma, hai visto quanto bene fanno le coccole?”, le disse Piero, ridendo dentro al suo accappatoio blu. Poi si vestì per portare in garage il corpo e caricarlo sull’apecar della Municipalizzata. Destinazione, la discarica comunale. Al solito, nessuno si sarebbe insospettito di quei movimenti. Tanto lui alla Municipalizzata ci lavorava e faceva piaceri a tutti nel condominio, facendo sparire tra i cumuli di rifiuti, di tutto: dai materassi vecchi ai mobili da buttare. E pure rifiuti speciali.

Una parola cambia tutto. Sempre. Emma che era calda e umida, adesso è fredda. Una scopata normale, di quelle che quando sei vecchio, neanche te le ricordi più, finisce con un corpo morto di coccole. Piero se ne dovrà ricordare ora.  Solo perché deve tenere il conto. Non è la prima volta, non sarà l’ultima.

“Voi donne siete proprio cretine”, disse ad alta voce, mentre con gesti esperti preparava le funi per legare il materasso come un bozzolo funebre per la sua vittima. Non la prima, mai l’ultima. “Coccole, volete le coccole”, continuò il suo discorso, con un tono di scherno. Odiava il suono di quella parola. Tre sillabe, un mare di ribrezzo che diventava un vento gelido dentro le vene. E lui agiva senza chiedere permesso perché aveva bisogno di far smettere il freddo. Era già successo sei volte ed ogni volta, dopo, si sentiva come uno che ha fatto del bene. Ogni volta che loro, le cretine, pronunciavano quella parola, lui vedeva il loro ego ipertrofico, espandersi di colpo, come se solo quel gesto, telecomandato, facesse loro assumere una dignità vera. E allora lui metteva fine alla farsa.

“Sono un benefattore”, si disse. Sono così tante le donne, prima e dopo l’atto estremo e umido del sesso, che reclamano coccole.Le odiava tutte: loro sentivano il bisogno irrefrenabile di pretendere quel che in Natura nessuno chiede. “I bambini le chiedono? – continuò a parlarsi ad alta voce – No. Sono le madri a inculcargli in testa quella schifosa parola. Loro, i bambini, se potessero far da soli, si limiterebbero a venire a metterti il naso contro il petto e starebbero lì a passar calore, come i gatti, strusciandosi. Senza dire. No, le donne pretendono le coccole”. E se non ottengono, se il loro ego resta scheletrico, mostrano quell’occhio, pieno di odio, tipico dei corpi senza dignità.

“Ma a voi, ci penso io “, disse Piero, trascinando il materasso arrotolato verso il garage. E chiuse la porta.

Si ringrazia  per l’ispirazione e l’idea il signor  Dilaudid

http://dilaudid-dilaudid.blogspot.com  

 

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12 Risposte to “Il benefattore”

  1. dilaudid Says:

    non si preme il ventre, si preme il cazzo. sei molto brava, io avrei fatto ancora di più, l’avrei fatta mangiare a piero come fece issei sagawa con la studentessa tedesca a parigi. mi piace esagerare! leggi la confessione di sagawa, è spaventosa.


  2. Non posso, lo ha già fatto il cuoco.
    Vatti a leggere “Il cuoco sa aspettare”, qui
    ( e rigrazie)

  3. lindalov Says:

    Direi che se la mamma di Pietro abortiva, era meglio. Quelle mamme lì generano solo sociopatici, come Dil.
    😀


  4. Ah, scordavo che tu lo conosci, il misterioso ispiratore di crudeltà 😀

  5. dilaudid Says:

    i sociopatici come me non vanno a cena fuori, non parlano, girano raminghi ricalcando i muri.

  6. mic Says:

    Non mi piace. Non per caso, ispirazione e idea (?) non sono le tue.
    Tu sei diversa.

  7. Peppermind Says:

    Funziona bene quando, repentino, si alza e torna per sgozzarla.
    Meno quando si spiega tra sé e sé… diventa più… uhm… come voglioso di coccole, ecco 😛

    Però una bella botta 🙂


  8. mi hai fatto venire voglia di mettere su un blog pornosplatter. sono malata? si, ma tu di più, solo che sei malata di bravitudine


  9. Malata e basta, direi 🙂


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