Archive for novembre, 2009

Anche io

novembre 19, 2009

Con “Quelli che” ho partecipato all’iniziativa di Donnamoderna.com per dire no alla violenza contro le donne. 

 

 

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La battaglia delle ramazze

novembre 18, 2009

Alle 5 di mattina Sandra venne svegliata da una telefonata. “Corri, che qui è pieno di polizia”. Saltò giù dal letto, tanto era già sveglia. Indossò i jeans e gli anfibi, il maglione e il giubbotto pesante che fuori faceva freddo. Non pensò manco a lavar i denti, doveva avvisare Michele.

“Stai pronto con la telecamera, ti faccio uno squillo col cellulare e tu arrivi di corsa, che mi sa che oggi vien fuori un putiferio”. 

Prima di uscire si ricordò della sciarpa. In questi casi è fondamentale, metti che lancino un lacrimogeno. Alle 5.30 Sandra era davanti al palazzo della banca.  Per strada non aveva trovato nessuno. Ad illuminare la via c’erano i copertoni bruciati dai ragazzi dei centri sociali, arrivati da giorni a portare solidarietà al presidio. Parcheggiò la macchina e raggiunse a piedi il piazzale. Il reparto celere era schierato con tre camionette.

Niente di buono. 

Sandra tirò sulla faccia il lembo della sciarpa, fino a coprire il naso. C’era silenzio. Niente di buono, si ripeté mentre passava davanti ai poliziotti, con passo deciso, diretta verso il gazebo bianco che scorgeva dietro al fumo nero dei copertoni infuocati. Dieci donne erano sedute sotto il gazebo, il tavolino pieno di birre e caffè caldo distribuito con i thermos. Giocavano a briscola. Quando la videro, le fecero gran sorrisi. 

“Lei dov’è?”, chiese.

“Sta bloccando l’ingresso sul retro. L’hai visto il pullman pieno di crumiri? Sono in venti. Sono arrivati alle quattro, pensavano dormissimo ma noi facevamo i turni. E visto che non li abbiamo lasciati entrare han chiamato la polizia”.

“Come arrivo all’altro ingresso?”

“Non puoi, i poliziotti non fan passare nessuno”.

“Ok”.

Sandra rialzò la sciarpa sulla faccia, mise le mani dentro le tasche del giubbotto e si incamminò con passo deciso verso il retro dell’edificio. C’erano poliziotti ovunque. 

“Signorina, non può passare”.

“Mi chiami il dirigente”.

Il commissario Rossi arrivò dopo cinque minuti. Gli occhi stanchi di chi è stato buttato giù dal letto troppo presto.

“Oi, ciao Sandra. Che ci fai qua?”

“Ho la telecamera pronta. Mi fai passar di là?”

“Stanno bloccando l’ingresso, non posso farti passare”.

“Senti c’è mia madre di là”.

“Impossibile, il palazzo è vuoto, non ci sono impiegati dentro”.

“Mia madre è una di quelle che impedisce a voi di entrare. E di far passare quelli… _ disse indicando l’autobus dei crumiri _ A proposito, da dove arrivano?”

“ Tua madre? Opporc… _ rispose Rossi _ Quelli? Arrivano da Acireale. Li ha mandati la Intrepida che ha il contratto d’appalto in mano e vuole cominciare a lavorare. Del resto vedessi in che condizioni sono i bagni e gli uffici dopo una settimana che nessuno è andato a pulire. Ma scusa…tua madre è una di quelle? Ma…ma…”.

“Commissario, i commenti dopo”.

Lui rimase un attimo a fissare Sandra negli occhi.

“Ok passa, hai 5 minuti. Vai e dì loro che alle 8 devono lasciarli passare”.

“Seeeeeee _ scoppiò a ridere Sandra _ prova a dirglielo tu”.

Rossi allargò le braccia e si fece da parte, facendo cenno ai suoi uomini di farla passare. Poco oltre c’era la porta laterale, la seconda entrata del palazzo. La mamma di Sandra, la Piera, stava con le braccia larghe a bloccare l’ingresso, dietro altre quattro colleghe.

“Ciao tesoro”, le disse sorridendo.

“Ciao mamma, ho fatto prima che ho potuto. Solo che non mi lasciavano passare”.

“Che non lo so? E’ mezz’ora che ho chiesto un caffè. Senti amore, oggi mi sa che qua succede un casino. Papà lo hai avvisato?”

“Sì, non preoccuparti. Adesso con questi ci parlo io”.

“Provaci tu, non capiscono che lottiamo per il nostro posto di lavoro. Anche i crumiri han mandato e la polizia che fa? Li difende. Li hai visti? Se entrano, è finita”.

“Li ho visti, sì. Ma te, per favore, stai attenta”.

Sandra se ne andò, scuotendo la testa, doveva trovare il commissario, ma si trovò il passo sbarrato da Paolo, un amico poliziotto.

“Ciao Sandra, ma c’è pure tua madre qua? Me lo ha detto il commissario”, le disse Paolo. 

“Ciao, mia madre è una di loro. Sì. Ma che fate? Davvero avete intenzione di caricare?”.

“La ditta ha richiesto l’intervento della forza pubblica per far entrare i suoi lavoratori. C’è una richiesta dei dipendenti del palazzo di una ispezione dell’ufficio igiene. Se arrivano e vedono lo schifo che c’è su, salta l’appalto”.

“Sì Paolo, so tutto. Ma te lo sai che quelli sono dei crumiri che vengono a portar via il posto a lavoratrici che per colpa del cambio d’appalto e di questa merda del massimo ribasso, rischiano di star a casa? Sai quanto guadagnano queste donne per quattro ore di lavoro al giorno, alzandosi alle 4 del mattino? Lo sai?”

“No, ma immagino poco. Ma il massimo ribasso è consentito dalla legge sugli appalti, Sandra”.

“ Ecchissenefrega. E’ una legge sbagliata. E queste donne protestano perché le riassumono solo con contratti a metà ore che significa metà di uno stipendio già da fame”.

“Se dipendesse da me…”

“Dipende anche da te, Paolo. Parla con il commissario, andate via”

“Sandra c’è una richiesta ufficiale di intervento!”

“Paolo se toccate mia madre o una di loro, io…io…”

“Sandra faccio finta di non aver sentito”.

Lei se ne andò bestemmiando a voce bassa, mandando a quel paese la legge sugli appalti, il massimo ribasso, le ditte improvvisate che  fan soldi con le pulizie ma si dimenticano di versar i contributi all’Inps e pure la poliziotta che le puntava contro la telecamera. 

Materiale per il lavoro della scientifica in caso di incidenti. Sandra sapeva perfettamente come sarebbe andata quella mattina. Loro, le donne delle pulizie, no. 

Andò diretta al gazebo, con la scusa di prendere del caffè.

“Ragazze, guardate che questi caricano, oggi”.

“Ci incateniamo, resisteremo”.

“Vabbè”.

Passò accanto ai ragazzi dei centri sociali, uno sguardo bastò per capirsi. Poi, facendo attenzione a non rovesciare il piatto con i 5 caffè, tornò all’ingresso secondario.

“Caffè per le resistenti”, urlò Sandra per far capire che voleva passare di nuovo.

“Ne hai uno anche per me?”, le disse un giovane agente, con il casco antisommossa sotto il braccio.

“Beh se volete vi porto tutti al bar”, rispose lei, sorridendo. 

 “Non ci possiamo muovere”.

“Ecco, sarebbe meglio invece se vi muoveste”, rispose lei con fare canzonatorio.

Arrivata alla porta, trovò sua madre intenta a spiegare le sue ragioni ad uno dei poliziotti. 

“Ecco qua i caffè”, disse, interrompendo il monologo. “Devo parlarti”, aggiunse a voce bassa.

“Dimmi, tesoro”, le rispose sua madre.

“Senti, questi caricano. Lo sai che vuol dire? Che vi picchiano. Su, venite via. Avete tutte una certa età”.

“Noi non ci si muove! Abbiamo diritto di protestare per come ci trattano. Devo spiegarti che sto difendendo il mio posto di lavoro? Non ti ho insegnato niente?”.

“No, mi hai insegnato tutto. Però ho paura che ti fai male”.

“Ce l’hai l’altro cellulare? Lasciamelo”.

“Sì tieni, così mi chiami se serve. Io sono di là”.

“Va bene”.

Sandra, andandosene, incrociò lo sguardo del poliziotto, uno che aveva visto qualche volta in commissariato. Si salutarono con un cenno. 

 Alle otto del mattino, tutte le donne erano schierate davanti all’ingresso principale della banca, formavano un blocco che impediva l’accesso al parcheggio interno. Si erano incatenate l’un l’altra, in venti, ma avevano preso una catena di quelle che trovi in ferramenta e che i dark usano per far le collane. Bastava tirare e si sarebbe rotta al primo strappo. 

Niente di buono, disse Sandra.

Davanti alle donne era schierato il reparto celere: trenta agenti con caschi, protezioni e manganelli. Al comando del gruppo, il poliziotto che prima parlava con la madre di Sandra e che teneva in mano un tronchesino enorme. 

“Adesso signore belle, basta. Dovete farci passare”.

“Col casso”, rispose la Gilda, sessant’anni per un metro e 58 di altezza ed una circonferenza della pancia di 120 centimetri. Tutto provato, che in una settimana di occupazione, avevan giocato pure a prendersi le misure. Sandra guardava e si innervosiva.

Michele riprendeva tutto con la sua telecamera. Era arrivato senza bisogno di squilli del cellulare. Dietro di loro, i ragazzi dei centri sociali urlavano slogan contro il sistema degli appalti. Eran rimasti in disparte perché le donne volevano difendersi da sole. 

Niente di buono. Sandra stava maledicendo in silenzio quel tronchesino, esagerato per una catena che con un solo tiro si sarebbe rotta. All’improvviso il poliziotto agitò in aria la grande pinza e si diresse deciso al centro della catena umana. Le donne cominciarono ad urlare bestemmie, stringendosi l’un l’altra per reggere l’urto. I poliziotti non toccarono i manganelli, abbassarono le visiere dei caschi,  e cominciarono a spingere a mani nude. Una massa contro l’altra, una spinta contro l’altra, tra urli e richiami. Poi il colpo di tronchese sulla catena e la Gilda cadde a terra di schiena; i poliziotti intuirono che era il momento di avanzare e cominciarono ad infilarsi di forza rompendo in due il fronte delle donne. Spintoni e tante urla. E poi apparvero i venti crumiri che erano scesi dal bus e si erano messi a correre, per guadagnare l’ingresso alla banca. Nel parapiglia si infilarono prima di loro i ragazzi dei centri sociali, che andarono a bloccare l’ingresso. E così i crumiri rimasero di nuovo fuori dal portone, solo che stavolta non erano nascosti dentro l’autobus. Erano nel piazzale in mezzo a donne per terra, altre urlanti e altre che correvano verso di loro per bloccarli , inseguite dai poliziotti.

E Sandra con un occhio seguiva Michele che riprendeva tutto, e con l’altro cercava sua madre. 

La Gilda era per terra, urlava e si rotolava come una pallina, maledicendo i morti sicuramente canini del poliziotto del tronchesino che la tirava per la giacca, dicendole che non si era fatta niente con il culo che si ritrovava. Altre donne venivano tenute ferme dai poliziotti. Sandra vagava nel piazzale cercando il volto di sua madre in mezzo a quel casino e se l’immaginava già con le manette ai polsi seduta per terra, e nel girare, schivava i poliziotti che correvano da una parte all’altra. Niente di buono. 

E poi la vide e si fermò. La Piera era sopra una aiuola, con il cellulare all’orecchio intenta ad urlare come una pazza a qualcuno. Poi quando mise via il telefono, incrociò il suo sguardo, le sorrise, e corse a urlar di tutto contro il gruppetto dei crumiri.

Tempo due minuti e dentro il piazzale della banca, arrivarono due auto dei carabinieri.

Cacchio, si disse Sandra, han chiamato altri rinforzi? 

Seguita da Michele, corse verso le auto e vide scendere il colonnello Fioroni. 

“Cosa ci fate qui? Han chiamato rinforzi?”.

“No, veramente. Siamo venuti a vedere cosa succede perché è arrivata una chiamata al 112”.

All’improvviso, Sandra sentì la voce di sua madre alle spalle.

“Generale, vi ho chiamato io”.

“Non sono generale, signora”.

“Non importa quel che è. Lei ha i gradi. Vi ho chiamato io. Siamo state aggredite dai poliziotti e adesso voi ci difendete da loro”.

“Noi, cosa?”, rispose il colonnello.

“Voi ci difendete dalla polizia che ha aggredito delle donne di ultra 50 anni indifese per far entrare quattro crumiri di merda. Lei ci deve difendere!”, urlò la Piera, impedendo al poliziotto che la bloccava di intervenire. 

Il colonnello restò a guardare la madre di Sandra, a bocca aperta.

Poi si girò e puntò diritto verso il commissario Rossi che seguiva le operazioni da distante.

Un fitto confabulare, poi il commissario urlò ai suoi: “Via, si va via”.

 I poliziotti si raggrupparono in due fila, al centro i venti crumiri di Acireale, impauriti e vogliosi di sparire quanto prima. Le donne si misero ad urlare circondando il gruppo che avanzava verso il piazzale. Ma nel piazzale non c’era alcun autobus ad attendere i crumiri, lasciati a terra dall’autista che aveva pensato bene di andarsene. Rossi ordinò ai suoi di camminare verso la strada principale, mentre via radio comunicava alla questura di inviare subito un autobus. E così si formò un insolito corteo con i venti operai scortati dalla polizia, e venti donne urlanti che li accerchiavano, aiutate dai ragazzi dei centri sociali e pure dai sindacalisti arrivati nel frattempo  e  anche dai mariti delle signore che erano arrivati con le vettovaglie pensando ad un’altra notte di occupazione. E solo così si spiega il lancio di uova sode contro i crumiri in fuga, che smisero di camminare e cominciarono a correre, inseguiti dai poliziotti e dalle donne e dai ragazzi e dai sindacalisti  e dai mariti. Arrivati all’incrocio, davanti avevano il traffico caotico del lunedì mattina e oltre la carreggiata, l’autobus in attesa. I poliziotti fermarono il traffico, le uova volarono contro i vetri del bus, i crumiri ci salirono dentro come topi in fuga dalla nave, e le donne finirono con il sedersi sulle strisce pedonali, protette da ragazzi, sindacalisti e mariti, urlando la loro rabbia cantando a squarcia gola “Bella ciao”.

 Sandra le lasciò su quel marciapiede e corse a preparare il servizio per il telegiornale delle 19 sulla battaglia delle ramazze, con gli ultimi aggiornamenti. La dirigenza della banca dopo la mattinata di guerriglia e le conseguenti polemiche, rescisse il contratto con la Intrepida e passò la commessa alla seconda arrivata nella gara, che assicurò l’assunzione di tutte le donne, alle stesse condizioni di prima. Alle 21 Piera e Sandra si riabbracciarono alla festa organizzata dal centro sociale. C’erano anche tutte le colleghe di Piera. Sul tavolo, tra bottiglie di birra e biscotti, la Gilda posò, ghignando, il suo personale bottino di guerra: un tronchesino. 

questa è una storia, i personaggi sono tutti inventati 🙂 

Postilla

novembre 17, 2009

Se qualche editore inciampa in questo blog, e  ha voglia di contattarmi … anche solo per dirmene quattro, tipo è ora che torni all’università popolare, oppure meglio se tieni tutto in cassetto che almeno lì non si vede ‘sta desolazione, la mia mail è aitimch@gmail.com.

Quelli che

novembre 15, 2009
Se mi lasci, ti picchio.
Se non mi lasci, ti picchio lo stesso.
Se non ci stai, ti stupro.
Se stai zitta, ti scopo e ti picchio.
Se non stai zitta, ti ammazzo.
Ti ammazzo comunque.
Se resti incinta, non ti assumo.
Adesso che ti assumo, non restarmi incinta eh? 
Firma questa carta, che se resti incinta ti licenzi volontariamente.
Non ti faccio far carriera, anche se sei brava.
Sei brava ma ti pago meno dei tuoi colleghi.
Sei brava, lavori per otto, quindi perché cambiarti qualifica?
Abbiamo la stessa qualifica, ma io sono più motivato.
Sei in gamba ma se ti fai una famiglia cambia tutto, quindi la qualifica spetta a me.
Non mi piacciono le donne in carriera.
Sono cattolico osservante ma una notte di sesso con te me la faccio.
Sono cattolico osservante ma quello della prostituta è il lavoro più vecchio del mondo.
Alla fine, io sono un signore e  tu sei solo una puttana.
Se mi bacia un gay lo prendo a sprangate, ma con i trans è una esperienza diversa.
Prima del giuramento di Ippocrate viene la fede, quindi niente pillola del giorno dopo.
Sono pure contrario all’aborto. E’ un omicidio.
Ha fatto sesso senza preservativo? Lei è una facile.
Hai un figlio e sei single? Allora sei facile.
Facciamolo senza preservativo che sono allergico al lattice.
Diventerò padre? Ma la mia carriera ne risentirà.
Il figlio è tuo e te lo gestisci tu.
Il figlio è mio e lo educo io.
Ha denunciato di esser stata violentata? Ma se l’ha fatto entrare in casa allora lei ci stava.
Io so come farle godere le donne, tutte. 
Sei grassa, dovresti dimagrire.
Sono grasso? No, sono di corporatura robusta, io.
Ti è piaciuto? La cosa è reciproca.
Hai ancora voglia? Vedi che sei una puttana?
Non hai voglia? Ma allora sei frigida.
Non ti è piaciuto? Ma se hai fatto tutto quello che volevo io…
Hai mal di testa? Sei solo depressa.
Hai mal di testa? E io ti picchio.

Rivisitazione di Fallocrazia edizione 2009 – pubblicato su http://hotelushuaia.blogspot.com

Postato per la giornata contro la violenza contro le donne, con la speranza che ce ne ricordiamo tutti i giorni e non solo un giorno l’anno, per lavarci la coscienza.

Per questo ho usato un post vecchio, per ricordare che c’è chi alla violenza dice NO tutti i giorni.

E un abbraccio va anche a tutti quegli uomini che queste parole non le dicono mai.  

La donna che contemplava i calzini

novembre 14, 2009

Vuoi sapere quanti uomini ho amato, apri quel cassetto. Sì, il settimanale di mogano, primo cassetto da destra. Guarda…Li vedi? Se vuoi mettiti a contare, che io ho perso il conto. Ma poi non dirmelo il numero che a me va bene così, aprire il cassetto e toccarli i calzini mi basta. Non li ho mai contati, che non sta bene. Sì, quelli sono calzini, maschili, diversi e tutti belli. Sono i calzini degli uomini che ho amato, tutti singoli, quelli del piede sinistro. No, non me li hanno regalati. Li ho rubati, li ho nascosti sotto il materasso mentre loro dormivano. Loro sono tornati a casa con un piede nudo, io ho riempito il mio cassetto. Vedi, ci sono quelli di lana; quelli di morbida microfibra, così caldi e aderenti; quelli di spugna, che c’è ancora addosso il sudore di una corsa e poi c’è il filo di scozia, roba da signori eleganti che però li portano anche certi operai per bene che per amor del piede spendono un pochino. A me piacciono i calzini, li ruberei tutti e due ma poi penso che sarebbe un moto di egoismo eccessivo e allora mi accontento di uno solo. Li metto nel cassetto e poi, quando tutto finisce e il desiderio diventa solo un ricordo, a me resta un calzino da ammirare, annusare, toccare. Ce ne sono di bianchi, che a me paiono così modesti. Ce ne sono di neri, così virili. Ce ne sono di estrosi, a righine, a quadri, blu e arancioni, a costine o lisci. Uno per ogni uomo, uno per ogni ricordo. Ce ne sono di corti che mi stanno appena come un guanto quando ci infilo la mano e mi ricordano certe dita curiose. Ce ne sono di lunghi, che mi ci avvolgo come con una sciarpetta e mi ricordano certi caldi abbracci. A volte apro solo il cassetto e li ammiro da lontano, lì, gettati alla rinfusa, senza il gemello a far loro compagnia e mi chiedo se i fratelli son stati gettati perché orfani o se sono stati infilati pure loro in un cassetto, sotto le camicie e le canottiere, nella speranza un giorno di non restar più spaiati, come sono io adesso. Contemplativa e spaiata, con una montagna di calzini soli, che se li annodo tutti, ci farei il cappio perfetto. Ne son sicura, sarebbe caldo al punto giusto. Basterebbe un hop di incoraggiamento. Solo che non ho voglia, e chiudo il cassetto.

Ci abbiamo preso gusto. Nuovo esperimento di scambismo con http://dilaudid-dilaudid.blogspot.com.

Il benefattore

novembre 6, 2009
“Mi abbracci? Ho voglia di coccole”.
Piero si girò per guardarla bene. Non poteva essere così cretina.Era filato tutto liscio, avevano cenato assieme all’osteria Da Gianni, poi Emma lo aveva seguito a casa sua, senza alcun indugio.I soliti preliminari scontati, un bicchiere di vino davanti all’impianto stereo, il disco che girava, la puntina che grattava il solco. “Ma ascolti ancora i dischi in vinile? Roba da matusa”, aveva detto, ridendo.

Lui aveva sorriso, poi l’aveva presa alle spalle, premendo il ventre addosso al suo sedere e il resto era scivolato via, sereno e semplice, niente che l’avesse sconquassato dentro. Una bella scopata. Poi, l’errore.

“Mi abbracci? Ho voglia di coccole”.

Il sorriso sornione, post coitale, di Piero scomparve lasciando il posto al freddo.

“Certo”, le disse. “Aspetta un secondo, che arrivo”.

Emma era seduta sul letto, teneva le gambe strette al petto e guardava la stampa di Pollock sul muro davanti. Attendeva il premio. “Eccomi”, le disse Piero prendendola di nuovo alle spalle. Con una mano le strinse il mento, con l’altra le passò veloce sul collo senza accenni di rughe un coltellaccio dal manico marrone. Lei non fece neanche in tempo ad urlare, venne colta di sorpresa da quella violenza inattesa.

Emma moriva lentamente, soffocata dal sangue che sgorgava a fiotti dalla giugulare recisa. “Lo senti il freddo anche tu?”, le disse Piero. “Ti credevo diversa”. Lei non rispose, si limitò a sobbalzare sul materasso, la bocca muta che si apriva a cercare l’aria. I movimenti, pensò Piero, erano identici a quelli di un pesce gatto preso all’amo e sbattuto sulla riva del fiume, gli occhi che si spengono un pochino alla volta. Lui sorrise, malizioso, avvicinando la faccia alla sua. Sentì che anche il freddo se ne stava andando, lentamente.

Prese il coltello e se ne andò in bagno. Lavò la lama sotto il getto del rubinetto del lavandino, con gesti precisi. E visto che c’era, si fece una doccia. Caldissima.

Quando tornò in camera, lei era solo un corpo morto su un materasso rosso sangue. “Emma, hai visto quanto bene fanno le coccole?”, le disse Piero, ridendo dentro al suo accappatoio blu. Poi si vestì per portare in garage il corpo e caricarlo sull’apecar della Municipalizzata. Destinazione, la discarica comunale. Al solito, nessuno si sarebbe insospettito di quei movimenti. Tanto lui alla Municipalizzata ci lavorava e faceva piaceri a tutti nel condominio, facendo sparire tra i cumuli di rifiuti, di tutto: dai materassi vecchi ai mobili da buttare. E pure rifiuti speciali.

Una parola cambia tutto. Sempre. Emma che era calda e umida, adesso è fredda. Una scopata normale, di quelle che quando sei vecchio, neanche te le ricordi più, finisce con un corpo morto di coccole. Piero se ne dovrà ricordare ora.  Solo perché deve tenere il conto. Non è la prima volta, non sarà l’ultima.

“Voi donne siete proprio cretine”, disse ad alta voce, mentre con gesti esperti preparava le funi per legare il materasso come un bozzolo funebre per la sua vittima. Non la prima, mai l’ultima. “Coccole, volete le coccole”, continuò il suo discorso, con un tono di scherno. Odiava il suono di quella parola. Tre sillabe, un mare di ribrezzo che diventava un vento gelido dentro le vene. E lui agiva senza chiedere permesso perché aveva bisogno di far smettere il freddo. Era già successo sei volte ed ogni volta, dopo, si sentiva come uno che ha fatto del bene. Ogni volta che loro, le cretine, pronunciavano quella parola, lui vedeva il loro ego ipertrofico, espandersi di colpo, come se solo quel gesto, telecomandato, facesse loro assumere una dignità vera. E allora lui metteva fine alla farsa.

“Sono un benefattore”, si disse. Sono così tante le donne, prima e dopo l’atto estremo e umido del sesso, che reclamano coccole.Le odiava tutte: loro sentivano il bisogno irrefrenabile di pretendere quel che in Natura nessuno chiede. “I bambini le chiedono? – continuò a parlarsi ad alta voce – No. Sono le madri a inculcargli in testa quella schifosa parola. Loro, i bambini, se potessero far da soli, si limiterebbero a venire a metterti il naso contro il petto e starebbero lì a passar calore, come i gatti, strusciandosi. Senza dire. No, le donne pretendono le coccole”. E se non ottengono, se il loro ego resta scheletrico, mostrano quell’occhio, pieno di odio, tipico dei corpi senza dignità.

“Ma a voi, ci penso io “, disse Piero, trascinando il materasso arrotolato verso il garage. E chiuse la porta.

Si ringrazia  per l’ispirazione e l’idea il signor  Dilaudid

http://dilaudid-dilaudid.blogspot.com