L’anello nero

maggio 2, 2009

Se tocco l’anellino di plastica nera, che mi hai regalato, mi ricordo dei nostri minuti lenti.

Che importa se ti è costato meno di un euro. 

L’avevi comperato in una bancarella e sorridendo me l’hai infilato al dito con un gesto da cavaliere gentile. Con la stessa gentilezza che si usa quando si regala un diamante, prezioso. 

Eravamo a passeggio in centro, e mi avevi offerto il braccio per tenermi diritta, e io mi ci sono attaccata, al tuo braccio, certa che il passo non l’avrei perso. Un appiglio sicuro dopo una serata troppo allegra. Ci eravamo conosciuti quel giorno e avevamo troppa voglia di godercela la gioia della conoscenza per non darci all’allegria.

Da perfetto cavaliere gentile mi hai donato quella fedina nera e di plastica e io mi sono sentita bene e quando mi hai sfiorato i capelli, togliendo il ricciolo che mi si era posato impertinente sulle labbra e mi hai sorriso, io mi sono sentita pure bella. 

Nella mia testa all’improvviso io ballavo come Ginger Rogers, e tu eri il mio Fred, mi tenevi per non cadere durante le nostre piroette lungo la strada. E così , con quei passi di danza accennati dentro la testa, siamo andati verso l’albergo.

“Ti accompagno di sopra”, mi hai detto. 

E io ho annuito, perché il tuo braccio non potevo lasciarlo come in barca non si lascia mai il remo. Ne avevo bisogno per non piegare a sinistra, tu te ne eri accorto e mi canzonavi, dicevi che dovevo portar i piedi a rifar la convergenza, e ridevamo e ad ogni passo sui gradini mi spingevi, lievemente, con la mano sinistra che sfiorava la mia schiena, poco sopra la cintura dei jeans. 

Un tocco lieve ma era la certezza che tu eri lì, mio cavaliere gentile, a rendermi leggera. E visto che la chiave non riuscivo ad infilarla nella toppa, tu, che mi canzonavi ancora per l’andatura sbilenca, hai aperto la porta della camera e mi hai spinto dentro, con gentile decisione. 

Poi io mi sono gettata sul letto e tu mi hai detto “ ti spoglio io” e ti ho lasciato fare che non sapevo far da sola. 

Hai cominciato dalle scarpe, poi sei salito fino ai miei pantaloni, poi via anche la maglietta. Poi sei rimasto a guardarmi, avevo il completo color cipria, i seni ribelli che uscivano dal reggiseno e sorridendo ti sei chinato per sistemarlo, e allora io che ancora ridevo, ti ho preso la testa fra le mani, accarezzandoti i riccioli, e fissandoti negli occhi. 

E dentro quegli occhi blu son finita a vedere il mare, quello ventoso delle sei di mattina d’estate, quando in spiaggia non ci trovi nessuno, solo qualche cane randagio a passeggio. Forse hai capito che io ti vedevo dentro il mare e tu, cavaliere gentile, mi hai abbracciato. E mentre lo facevi, io sentivo la mia pelle scaldarsi al tuo abbraccio e non ho reagito, non ti ho spinto indietro, sono rimasta invece a godermi il tuo calore. 

Io pensavo al mare, eri caldo come una coperta da indossare per andar fino a riva a godersi il rumore delle onde e del vento e a te andava bene esser coperta, e ti sei allungato sul letto fino a coprirmi sfiorandomi la schiena con le tue belle dita, slacciando i gancetti del reggiseno, sfiorandomi la pelle libera, senza fretta. 

Poi sei sceso con la mano e mi hai stretto tra le cosce e io ho cominciato a sentire ancor più caldo e non avevi voglia di smettere come io non avevo alcuna intenzione di non sentire questo calore e allora mi è venuto in mente un falò sulla spiaggia di sera, di quelli dove spunta sempre una chitarra e una bottiglia di vino. Davanti al falò si partecipa. E ho cominciato anche io ad accarezzarti, a spogliarti,  a sfiorarti le spalle, poi man mano che ti liberavo dai vestiti, a baciarti e stuzzicarti l’ombelico, a sfiorarti tra le cosce. 

Poi ti sei girato, mio cavaliere, e dopo poco è apparso lui, tra di noi, e ci giocavamo e a te piaceva e pure a me piaceva, eravamo caldi e anche lui è diventato caldo ed era un terzo, ma mica incomodo; no, era partecipe come un complice sa esserlo ed io collaboravo perché era come correre la mattina presto sulla spiaggia, tutti sudati ma felici perché poi arriva il momento del gelato come quando eravamo bambini. E noi bambini, voraci e golosi, lo eravamo per davvero e poco ci interessava che ci fosse quello, tra noi; era parte del gioco come i gelati sulla spiaggia. Non so, secondo me è durato ore, poi ci siamo addormentati, abbracciati e sudati e lui era sempre lì, tra noi, ma noi eravamo abbracciati e lui era solo. 

Al  mattino, è stato la prima cosa che ho visto quando ho aperto gli occhi.

Era nero e di plastica. Proprio come l’anellino che mi avevi regalato, Cecilia.

 

 

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