Epinefrina

aprile 25, 2009

Il ferro è freddo, tu sei caldo. 

Posso sentire il tuo calore a un metro di distanza, senza neanche toccarti. Sudi mentre fissi la tua Smith & Wesson 686 che è ora nella mia mano sinistra. Me l’avevi data da toccare e guarda adesso. Io che la punto diritta al tuo naso, senza toccarlo e tu che sudi come uno che è appena stato in sauna. 

Lo sento il tuo cuore che batte all’impazzata, la vedo la goccia di sudore che ti scende sull’occhio; posso seguirne la traiettoria pazza.

 Ma il mio braccio resta teso, non mi sfiora l’idea di abbassarlo e di venire ad asciugartela quella goccia. E tu non fai niente, lasci che lei scenda sull’occhio fino ad accecartelo, poi lo chiudi di colpo con una smorfia di fastidio, ma stai fermo.

 Fissi il mio braccio che non si abbassa e la mia mano, che impugna la 686. 

La vedi anche tu la  tacca di mira contornata da una riga di colore bianco che mi consente di prendere la mira meglio. Ho a tiro il tuo naso, fisso il mirino e la striscia rossa al centro mi aiuta a individuare il bersaglio. 

Chissà cosa pensavi quando me l’hai messa in mano. Forse volevi impaurirmi? Farmi capire chi comanda ? 

Hai sbagliato i conti. Adesso il ferro ce l’ho io, e lo punto diritto al tuo naso. Se sfioro il grilletto, il colpo parte e ti centra in pieno e il tuo naso, bum, non c’è più. Accarezzo lentamente il grilletto, lo sfioro, come si sfiorerebbe l’ombelico di un uomo per riempirlo di brividi.

 Tu guardi, intuisci e sudi ancora di più, perché ti ricordi all’improvviso che la sicura l’avevi tolta prima, mentre giocavi a fare il duro che ha una arma. 

E adesso il tuo occhio, quello che si era chiuso accecato dalla goccia di sudore, è spalancato e la pupilla vibra, perché capisci quel che può accadere e hai paura. Hai paura di un bum e del tuo naso che esplode, e del niente improvviso. 

Non sentiresti neanche male, se premessi il grilletto sentiresti solo quel bum, il resto lo farebbe il proiettile che ti frantuma il naso. Poi sarebbe il nero.  

Ma non mi interessa ucciderti, manco mi è passato il pensiero veloce di farti del male. Quando mi hai messo in mano la pistola, il gesto è stato automatico, non cercato ma immediato, non pensato ma come un tic. La mano ha impugnato e il braccio si è alzato. E io ho preso la mira. 

Mi stupisco di essere in questa posizione, e tenerti sotto tiro, ma adesso che il braccio lo sento parte di me e non più a sé stante, mi vien da dire che mi piace vederti aver paura. 

Ieri mica ne avevi, quando mi hai mollato davanti l’ospedale e mi ha detto “ Ci vediamo stasera, che ho da fare. Chiama se hai bisogno”.

 Eri sollevato nel vedermi varcare la soglia dell’ospedale dove mi avevi fissato l’appuntamento per l’aborto. 

Mica avevi paura che potessi aver terrore, che potessi piangere da sola, mentre una cannula  aspirava quello che poteva essere nostro figlio. Mica eri là a tenermi la mano quando sono uscita dalla sala operatoria. Io avevo freddo e tu non c’eri. 

Avevi altro da fare, dovevi andare a tirare al piattello con gli amici o soltanto non ci volevi essere, non volevi sentirti parte di questo. 

Ma sapere che c’è tuo figlio lì in quella cannula che il medico sta aspirando, ecco, fa male dentro.  Anche se sai perfettamente che è la scelta più giusta. 

Non è un male del cervello, è un dolore delle ossa.  

E arriva anche se sai che quell’embrione non lo puoi crescere e farlo diventare bambino e vederlo nascere e piangere, e succhiare dal tuo seno. Non puoi perché sei sola, e non ce la fai a dargli quel che si merita ( un padre, una vita serena, giochi al parco, mai la solitudine e la povertà ). 

Ecco, io avevo male alle ossa, un male muto e continuo, come se non solo stessi abortendo ma mi stessero succhiando il midollo. E tu non c’eri. 

Era figlio anche tuo ma mi hai lasciato al freddo. E nel gelo sono tornata a casa da sola, ore dopo, in taxi. 

Da sola senza pensare e per non disturbare. Salite le scale e aperto il portone, mi sono seduta sul divano a battere i denti al ritmo del male muto e mi sono avvolta nella coperta. Mi serviva calore. 

Quando sei arrivato e mi hai chiesto come stavo e ho visto che manco mi sfioravi e sei andato a pulire la tua Smith & Wesson, con lo straccetto di panno bianco, tu, parlavi e pulivi e parlavi e pulivi, io diventavo ghiaccio. Non mi guardavi in faccia, evitavi i miei occhi e mi dicevi che era la cosa giusta, che eravamo giovani e senza soldi e senza certezze, manco  che questo amore potesse durare, dicevi.  Ma l’amore era già morto, tre ore fa, sul tavolo operatorio quando non hai avuto paura di lasciarmi sola. 

E adesso che sento l’odore della epinefrina che ti entra in circolo e il caldo del tuo corpo che teme di morire, io, adesso,  ho decisamente meno freddo. 

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6 Risposte to “Epinefrina”


  1. … eppure in qualche modo quel colpo è partito ed ha attraversato un cuore…

  2. fatacarabina Says:

    Anche io la penso così
    🙂

  3. mic Says:

    Bello, ma il lieto fine ci stava, dovevi premere il grilletto!
    SGherzo, è bello così, sennò bisognerebbe fare una strage al giorno.
    Siamo sempre troppo clementi.
    🙂

  4. vix Says:

    non credo si possa parlare di clemenza in nessuno dei due casi. dal punto di vista letterario se ne può parlare. dal punto di vista esistenziale le cose sono più complicate. le responsabilità vanno condivise e non succede sempre. certo è una storia, ma succede spesso che si sia inconsapevoli riguardo al concepimento. ci giustifichiamo con la passione, ma la vita che contribuiamo o meno a generare, non ci appartiene. quindi bisogna pensarci bene, non si può lasciarlo capitare. non giustifico uno stronzo egoista, insensibile, falso e manipolatore. ma credo che avere gli occhi bendati in una relazione non sia un’attenuante neanche per chi la subisce. se stai con uno stronzo e ci fai un figlio, a meno che non ti violenti, è anche una tua scelta. una tua responsabilità.
    io credo che quel colpo sia partito, ma abbia attraversato solo il cuore di chi tiene la pistola in mano. ed è partito prima, molto prima di prendere la pistola.

  5. michiamomitia Says:

    ok parliamone. Non letterariamente. Il colpo credo anche io che abbia colpito chi l’arma l’ha in mano. Non c’è attenuante a mio modo di vedere né per lei, né per lui. E’ ingiusto il mondo che non mette i bambini al primo posto, è ingiusto chi si interroga sul concepimento come se fosse un banale incidente di percorso, è ingiusto lo stronzo senza rispetto come la ragazza che sta con lo stronzo e subisce, sempre. Non ho dubbi su questo, vix.


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