L’ultimo incontro

marzo 8, 2009

“Avevamo deciso di concederci una ultima cena, prima di lasciarci”. Francesca si girò verso Luca, fissandolo negli occhi e sorridendogli. 
Lui fissava la sua maglietta nera, scollata.
“Certo, che hai ancora le tette più belle che abbia mai visto”. 
Lei sorrise, erano mesi che non pensava a lui senza un mugugno, una smorfia di dolore.
Francesca si ritrovò stupita a sorridere a colui che le aveva regalato una felicità assoluta per dieci anni ma nel contempo gli aveva mandato in pappa il cervello, con la sua eterna incertezza nei sentimenti. 
Si mise a ridere, pensando che poteva provocarlo senza più star male. 
Luca sghignazzava, era contento di aver ritrovato per un attimo l’intesa che per lunghissimo tempo era stata la miccia della loro attrazione. Aveva temuto una reazione negativa di Francesca, nonostante fosse stata proprio lei a ricordare che si erano promessi di lasciarsi nel migliore dei modi, facendo l’amore, senza pensieri. E poi non si sarebbero più visti. 
A tranquillizzarlo fu la mano di Francesca che senza pensarci, ridendo, finì con il posarsi sul suo interno coscia, accarezzandolo. Lui sapeva perfettamente che quello era stato in passato uno dei loro modi di dirsi ti voglio, senza parole.
Da quando si erano lasciati era passato oramai un anno. Si erano lasciati male, tradendo la promessa.
Un sms di Luca aveva allontanato bruscamente Francesca , la sua amante da dieci anni. “ Non ce la faccio più”, le aveva scritto una mattina. 
Erano bastate cinque parole per distruggere tutto. 
In quel modo aveva allontanato da sé la donna che amava davvero, ma non così tanto da stravolgere la sua vita, lasciare la casa in cui vive ancora e la compagna che lo aveva accolto dopo la prima separazione come un fuggitivo, regalandogli la tranquillità agognata.
Luca sapeva di aver usato le parole perfette, la chiave giusta per uscire da quel dolore che oramai lo rodeva dentro.
Francesca gli aveva sempre detto di non tollerare di esser di disturbo, un peso nella sua vita. E così accadde: lei all’inizio gli scaricò addosso quintali di fiele avvelenato, poi non lo cercò più. A parte qualche sms di circostanza per sapere come andavano le cose, una volta uno, una volta l’altra. Ma niente incontri, niente sorrisi, niente colloqui.
Un anno dopo si ritrovavano al bancone di un pub, con due spritz davanti ed una strana serenità tra loro. Lui si stupì di rivederla bella, dimagrita, truccata, ben vestita. Lei si stupì che non fosse cambiato, salve qualche capello grigio in più.
Il discorso era finito presto sulla loro storia. 
Lei gli aveva appena raccontato della storiella finita male con un ragazzo spagnolo. Che l’aveva conosciuta, cercata, desiderata, e che le aveva detto:” Ti sposo”. 
Per Francesca non era una promessa importante, ma era una novità. Fece bene però a non fidarsi troppo, perché nel giro di un paio di mesi capì che la proposta non veniva dal cuore ma da un momento di afasia provocato dalla cocaina, la sua unica vera amante, di cui Rafael, così si chiamava l’intruso, non faceva a meno quando era a Madrid. 
Francesca , incuriosita da una richiesta di un prestito di 300 euro, come suo stile aveva indagato scoprendo l’amante chimica.
E così dopo due mesi di amore a distanza, Francesca era di nuovo sola.
Ma stava bene. E Luca non sapeva che la sua ex amante aveva, in quell’anno di separazione , non solo aveva frequentato un altro , ma aveva reimparato ad amarsi. Si voleva bene, Francesca. Dopo che si era annullata per cercare di far funzionare un rapporto impossibile, che avrebbe regalato felicità solo se non ci fossero state di mezzo una moglie, vacanze separate, amplessi non seguiti dalla serenità della successiva quiete fino al mattino seguente.
Luca non sapeva che ogni volta che diceva a Francesca che preferiva la tranquillità di un rapporto di coppia non esaltante, allo sconvolgimento di una vita di gioia vera con lei, le procurava un livello di ansia che ne stravolgeva, da dentro, pensieri, emozioni ed obiettivi. Non sapeva che ogni volta che la guardava e lodava la sua indipendenza, la sua intelligenza, lei in realtà voleva solo stare con lui su un divano a farsi massaggiare i piedi, accarezzare le sue cosce rocciose, sentire il suo pene insinuarsi dentro di lei e vibrare al suo stesso ritmo. 
E che l’intelligenza, l’indipendenza, l’impegno, lo humour alla fine erano diventati un niente se lui non la voleva. 
Anche Luca quell’anno aveva sofferto. Il suo ego bruciava al pensiero che Francesca potesse anche solo aver pensato, come aveva fatto, che lui avesse trovato una nuova amante. E soprattutto lei gli mancava, a volte nel sonno aveva pronunciato il suo nome. Ne era convinto, ma sua moglie non si era mai accorta di nulla. Lei pensava andasse tutto bene e non sentiva neanche bisogno di dirgli qualche volta un “ ti amo”, tanto lui era di sua proprietà. E comunque mai aveva detto nulla. 
Quella di Francesca era stata in realtà una provocazione, il pensare all’amante in seconda, ma Luca non lo sapeva. E aveva sofferto al pensiero di non poter più toccare quel corpo che gli piaceva tanto, quei seni che adorava morsicare in continuazione. La amava, a modo suo, certo. Ma era stato incapace di dimostrarlo al cento per cento e soprattutto era stato incapace di scegliere. Ed odiava che Francesca pensasse di esser vittima di un tradimento. 
Tra loro due, c’era una differenza sostanziale. Lei voleva vivere, lui si accontentava di sopravvivere. Luca era andato avanti con quella storia, clandestina, finché la sensazione di distruggere la persona che gli dava felicità, ogni giorno, non lo aveva costretto all’ultimo, giusto, atto della sua incapacità di agire.
Tirarsi indietro, scappare via. Rinunciare. Così lei si sarebbe cercata altrove una vera felicità.

Francesca per una settimana tentò di resistergli. Gli mandava sms adirati, poi a casa si ingozzava, lontano da occhi indiscreti di cioccolatini, maledicendo l’amore della vita finito male. La mattina dopo gli mandava ancora sms pieni di veleno e cattiverie. 
Poi all’improvviso Francesca si spense, come una candela che un colpo di vento rende inattiva. E non si fece più sentire. 

Accadde tutto una sera; dopo aver fatto fuori un sacchetto di patatine, due bistecche di maiale, un contorno di avocado e pomodori, e per finire una vaschetta di gelato, Francesca andò davanti allo specchio. 
E si vide: ingrassata, la pelle grigia, senza trucco, con una ruga che le solcava la fronte e le trasformava il volto in una maschera triste. Si riconobbe. Ed ebbe paura. Di sé e del suo dolore. Si sentì svenire, il petto le faceva male, sentiva il battito del cuore in accelerazione percuoterle il collo.
Era in preda al suo primo solitario attacco di panico. 
Le lacrime cominciarono a scendere come un torrente in piena, allagandole faccia, petto e gambe. Rimase fino al mattino in un angolo della cucina, con le gambe al petto, la speranza che la disperazione passasse in fretta e le tornasse il respiro. Francesca capì che avrebbe finito con l’invecchiare lì, in quell’angolo della cucina, odiando sé stessa per non esser stata capace di farsi scegliere dall’unica persona a cui voleva appartenere.
Dopo una notte insonne, la mattina seguente decise di lavorare per ritrovarsi. Non fu facile, le servì tanto aiuto, ma un anno dopo e dopo la parentesi di un calesse amoroso ( l’avventura con Rafael), si era ritrovata. Non più sicura, ma serena nel vivere la sua condizione di quarantenne single non come una costrizione alla solitudine. 
Luca notò il cambiamento e pensò dentro di sé, che ricominciare con lei era quello che voleva. Del resto ci aveva pensato tante volte. 
Francesca lo intuì al volo, e dentro di sé, se la rideva. Lo aveva provocato ricordandogli quella promessa che si erano fatti a letto, dopo aver pianto abbracciati dopo un orgasmo tanto forte da provocare ad entrambi una tremarella corporea durata quasi un’ora. Amanti tarantolati, si definirono. 

Lui la voleva ora, lì sul seggiolino del pub. Lei si era eccitata toccandogli la coscia granitica, ma era terrorizzata dal solo pensiero di ricascarci, alla fine.
Non dissero altro, raggiunsero l’auto di lei parcheggiata fuori dal pub.
Lei si appoggiò alla portiera, lui le sbarrò la strada piazzandosi davanti a lei, accerchiandola con le braccia. 
“ Facciamolo subito, saltiamo anche la cena”. Lei rimase in silenzio, spostò il braccio di lui che le impediva di aprire la portiera dell’auto ed entrò. Lo guardò e gli fece cenno di salire. 
Restarono cinque minuti buoni a fissarsi, in silenzio. Sorridendosi a vicenda. Lei gli accarezzava l’interno del ginocchio, lui sfiorava con il palmo della mano il suo seno destro, il suo preferito.
Si volevano, era chiaro. Ancora.
Si guardavano. Lui vide nei suoi occhi il guizzo frizzante che aveva conosciuto dieci anni fa in un bar.
Lei, lo sguardo accattivante che l’aveva conquistata in un attimo davanti ad un caffè. 
Avvicinarono i volti come la calamita al ferro per il primo bacio post separazione. 
Le labbra si sfiorarono, lievemente. Le bocche avevano sete uno dell’altra. 
Poi il cellulare di Luca squillò, un improvviso rumore ad interrompere la quiete. 
“Rispondi”, gli disse Francesca.
“Non voglio”, replicò Luca.
Il telefonino trillava e vibrava, fastidioso. Imperterrito, deciso a non smettere. 
Alla fine Luca rispose. E Francesca sapeva perfettamente chi era.
“Devo andare, mi aspetta per cena”, gli disse dopo aver riattaccato.
“Sì, Lei ti aspetta, vai”.
“Starei qui se potessi, ma devo andare. Cerca di capirmi, devo sopravvivere”. 
“ Sì, lo so. E devo dirti che va bene così: possiamo dare per rispettata la nostra promessa”, ribattè Francesca. 
“No, voglio rivederti. Dobbiamo andare a cena”, si infervorò lui.
“Questa è l’ultima volta che ci vediamo _ attaccò Francesca _ ci desideriamo, certo, ma sarà una cosa breve. Finiremo con il farci male da soli, oltre che a vicenda. E io non mi farò mai più male per te. Se capita che ci rivediamo, ci sorridiamo e passiamo oltre. Va bene?”
Il tono di lei era così duro e deciso che Luca rimase senza parole e non potè dire altro se non un sommesso ” Va bene”. Non scherzava. 
Luca le baciò la guancia e scese dall’auto. “ A modo mio ti ho sempre amata”.
“Anche io, ma non ho potuto dimostrarlo”, ribattè lei.
La portiera che sbatte, il silenzio, il profumo di Luca ancora nell’aria.
Francesca prese dalla borsa una sigaretta e la accese, la prima tirata fu lunga ed avida, il respiro successivo lento e rilassato. Quel buon odore stava sparendo in fretta, per fortuna. 
Poi prese in mano il cellulare e compose un messaggio.

“Sta tornando a casa. Non mi rivedrà, stanne certa. E ora dimentica pure tu il mio numero di cellulare. E soprattutto il mio nome”.

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