Il coltello non sbaglia mai

marzo 8, 2009

Il coltello è ancora nella mia mano. Lo fisso, l’acciaio brilla alla luce dell’abat-jour. Virate di colore giallo sole sull’argento della lama. Sono tranquilla, respiro lentamente ma non mollo la presa. Potresti ancora muoverti ma a te davvero, non penso adesso. Non sei così importante come credi. No, adesso mi gusto io il respiro ritrovato.
Prendo un lembo delle lenzuola. Sono rosse e sorrido. Così la macchia di sangue, sulla punta del coltello sparirà tra le mie lenzuola assieme allo sporco che tu ci hai lasciato, penso, aprendo le labbra e bagnandomele con la punta della lingua.
Adesso potranno respirare anche loro. Svolazzare, senza pesi. Come me. 
I miei polmoni si muovono lentamente, senza fretta. Li posso addirittura sentire mentre filtrano l’aria. 
Pulisco la lama, ripongo il coltello nel cassetto e mi alzo. Sono nuda e sento un po’ di freddo, anche in mezzo alle gambe. Scosto la tua gamba per afferrare il mio kimono e mi copro. Lentamente. Ma toccandoti, tu molli un rantolo sommesso e impercettibile. E’ bello vederti così, mansueto e inoffensivo. Ma non serve dirti nulla. Ti basti il mio sorriso, io me ne vado in cucina.
Devo bere, ho sete. Apro la porta e la luce mi ricorda quella dell’abat-jour, calda e confortante. C’è del prosecco in frigo, ottimo per festeggiare. E serve anche una sigaretta. Sì, devo festeggiare e tu stavolta non sei l’ospite d’onore. 
Di solito fumavamo assieme prima di fare l’amore. Ma era all’inizio della nostra storia ; quando mi corteggiavi, mi seguivi fin davanti alla porta del negozio per parlarmi e fingevi di incontrarmi per caso per stare il più possibile con me.
Poi quando ti ho aperto le porte della mia casa, con il passare del tempo, tu hai cominciato a fumare da solo. 
Lo facevi mentre io piangevo in un angolo del letto. Stremata, dolorante. 
Non ti sei mai preoccupato di venire a vedere come stavo, ti fumavi la tua sigaretta in cucina e poi dopo un bel po’ entravi, ti vestivi ed uscivi. Senza dire nulla.
Il giorno dopo, eri un altro uomo. Il re della gentilezza, il tipico principe azzurro della porta accanto . Come se gli ematomi che mi lasciavi addosso fossero il frutto della mia fantasia e non della tua realtà. Fiori in negozio, bigliettini d’amore e sms sdolcinati. 
Ti mettevi d’impegno e riuscivi a farmi dimenticare lo schifo dei tuoi schiaffi, dei tuoi insulti. Della tua assurda gelosia. Non so come facevi. Forse era quella faccia da bambino che ha commesso una marachella a farmi pensare che alla fine un tuo schiaffo forse aveva una vera motivazione, il tuo timore di perdermi. La mia incapacità di non rinunciare agli amici per vivere solo con te. Senza nessuno che infastidisse il nostro idillio, il nostro amore. 
Sono arrivata a pensare, alla fine, che fosse colpa mia, che la tua reazione fosse la conseguenza di una mia colpa, di un mio comportamento sbagliato. 
Adesso fumo io, mi rilasso io mentre tu sei di là a frignare. 
La situazione si è capovolta, e la cosa è divertente . Sono io a farti piangere. 
Sento la tua voce che mi implora ma non ti ascolto, sono concentrata sui miei pensieri. Sono come te, pacifica dopo la punizione. Sul muro c’è la tua foto appesa: le ondate di nicotina ti coprono il viso come un velo oscuro.
Perché non ho voluto vedere subito che era quella la tua vera faccia, che i tuoi schiaffi non sono mai stati motivati. Che l’irruenza con cui mi costringevi a darti piacere non era un gioco condiviso ma solo un comando. 
L’ho capito solo ora, dopo che la mia rabbia ha avuto il sopravvento, all’improvviso, costringendomi a vomitare fuori tutto lo schifo che ho seppellito dentro di me. 
Come un antidoto, il coltello mi ha difeso stavolta dal tuo veleno. Lui non ha sbagliato. L’avevo nascosto nel cassetto del comodino senza neanche rendermene conto, prima che tu suonassi al campanello di casa mia. Volevi fare pace. Ti ho fatto salire, abbiamo parlato un pochino ma eri stanco e siamo andati a sdraiarci sul letto. 
Eri stanco di chiedermi scusa, stavolta volevi startene con me senza alzar le mani. Volevi che ti curassi, che ti coccolassi. Chissà perché, forse in ufficio le cose ti erano andate male. E io ho accettato il comando. Ti ho tolto la maglia, ho accarezzato lentamente la schiena, ti ho fatto stendere a pancia in giù. 
Se penso al dopo, mi vien da ridere: non me ne frega assolutamente niente di quel che accadrà ora o domani. E neanche mi scompongo quando sento i tuoi passi alle mie spalle. Sento che prendi il telefono e piangendo chiami qualcuno. Chiedi che facciano in fretta, stai male. Temi di morire. 
Non mi interessa niente, è questa la verità. E’ questo ora che mi da piacere e non voglio neanche perdermi un centimetro di questa percezione. Sento il mio corpo che vive, sento il dolore dell’ematoma sul braccio, ma anche il caldo della mia mano che accarezza, sfiorandola lentamente, la gamba. 
Sto bene. Quando massaggiandoti la schiena ti ho visto finalmente innocuo, dolorante, assolutamente passivo , lui mi ha chiamato. La mia mano, senza neanche attendersi un comando, si è diretta verso il cassetto, verso il coltello. 
Tra quel movimento e quello successivo, il colpo netto della lama dentro la tua schiena, quanto sarà passato? Un paio di secondi al massimo. Il tempo di spostare il braccio, inarcare la schiena, colpire. 
Bastava così poco per ottenere la quiete?

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