Pippi e Francesco

marzo 5, 2009

I piedi che oscillavano, come un vecchio e stanco pendolo. Di Davide, Marta aveva come ricordo quell’immagine. I suoi piedi , che oscillavano, lentamente dall’albero in fondo alla campagna. 
Erano stati compagni di lavoro in una azienda agricola. Raccoglievano, ogni estate, pomodori nell’azienda di un conoscente. Per Marta era l’occasione per guadagnare qualche soldo in più. Davide, invece, non aveva altra possibilità: da ex tossicodipendente, faticava a trovare lavoro e quell’occupazione nella fattoria di Gigi era stata la sua unica occasione di guadagnarsi da vivere. 
Dopo aver passato una giornata a raccogliere pomodori, con la schiena che faceva un male boia, Davide ogni sera tornava dai vecchi amici. Al bar in piazza. Un bianco oppure una birra e poi la compagnia andava nella stradina dietro l’angolo per il solito rito. Quello della dose. Davide aveva provato per mesi a resistere, si era inventato qualsiasi scusa per non seguirli nella stradina. Era sotto terapia al Sert, segnalato dalla Prefettura. Se sgarrava, finiva in galera. E lui non voleva. Ma la voglia, assieme alla stanchezza, lo rendevano debole. Due giorni prima di andarsene l’aveva detto a Marta, ma lei all’epoca, non sapeva neanche cosa fosse l’eroina. E non poteva capire. Marta lo vedeva giù di morale, aveva cercato di invitarlo a ragionare, a non mollare. Ma le sue erano parole inesperte ed inutili. Due giorni dopo, Davide se ne stava, freddo e bianco, a penzolare da un albero in fondo al campo di pomodori. Una corda stretta al collo, i piedi che ondeggiavano come il rintocco di un pendolo stanco e vecchio. Una lettera in tasca, con due parole, due. “Sono stufo”. E ai piedi del tronco dell’albero, una dose di eroina ancora chiusa dentro la stagnola. Aveva resistito ma sapeva che la prossima volta non sarebbe andata così. A Marta, allora diciassettenne, fu impedito di arrivare fin sotto l’albero e vedere Davide in quello stato. Era la piccola del gruppo, cercarono di proteggerla da quella visione così drammatica. Marta riuscì solo a vedere i piedi di quel ragazzo, dallo sguardo sempre triste. Per anni non ci pensò più, il tempo finisce con il collocare i ricordi in un qualche cassetto del cervello, non sempre a portata di mano. 
Venti anni dopo, quell’immagine era tornata all’improvviso a farle visita. Era nel suo studio, con un paziente nuovo. Un ragazzo di vent’anni. Occhi grandi, sguardo assente. Il cognome gli diceva qualcosa. Poi il ragazzo le raccontò di essere orfano di padre, morto suicida tanti anni fa. E Marta ripensò al suo vecchio compagno di raccolte. Quel ragazzo che aveva lo sguardo sbruffone di chi si crede già grande era il figlio di Davide. Francesco, così si chiamava il ragazzo, le spiegò che suo padre era morto prima che lui venisse al mondo. La madre non sapeva ancora di esser incinta quando quell’uomo si ammazzò, le disse. 
Marta deglutì forte, senza dire nulla. Ma pensava. Forse se Davide avesse saputo, forse, non si sarebbe ucciso. 
Ma era la sagra dei se, quel pensiero, e Marta tornò subito al suo paziente; erano in terapia, le divagazioni non erano ammesse. Francesco continuava a parlare, le diceva che il suo problema non era grave ma che sua madre lo stressava e quindi l’aveva costretto a rivolgersi ad uno specialista. 
Lei lo era? Il problema, continuò il ragazzo, era la sua apatia. Si svegliava stanco, a scuola non rendeva, a volte al mattino si svegliava tardissimo e perdeva le prime due ore. E sua madre, che lavorava tutto il giorno, non sapeva più cosa fare con lui. 
Marta ogni volta che sentiva questi discorsi, dentro, si indignava. Giovani che non hanno sogni, aspirazioni, voglie. Svogliati, pronti solo a scatenarsi in discoteca per tentare di avere voglia. Anticipavano tutto, dalla droga al sesso, e non gustavano nulla. Da lei ne passava qualcuno ed ogni volta sentiva dire le stesse cose. Sapeva che il problema era uno solo: questi ragazzi non avevano nessuno con cui parlare davvero, un adulto con cui confrontarsi. 
Francesco, pensò, era il paziente perfetto per la sua terapia speciale. Gli diede appuntamento così per la settimana successiva. Quando il ragazzo se ne andò, Marta, non appena la porta della stanza fu chiusa, aprì il cassetto e tirò fuori la pallina rossa. Se la mise al naso, azionò il led luminoso e si voltò a guardar fuori dalla finestra, sorridendo. 
Il mercoledì successivo arrivò in fretta. Francesco si era stupito della telefonata di Marta che gli comunicava che l’appuntamento non era al centro ma in un asilo. Ma non osò chiedere il motivo e alle tre era davanti al portone della scuola. In spalla, lo zaino carico di libri. La faccia stanca, dopo una notte con gli amici passata a fumare “nero”.
Varcò la porta e sentì il brusio dei bambini che urlavano. Erano tutti seduti a terra e ridevano nella sala del refettorio, vicino all’ingresso. E vide un pagliaccio che gli veniva incontro. Aveva una grande parrucca rossa, gli occhi neri e le guance contornate di bianco. Al centro una bocca rossa, enorme, aperta in un sorriso grandioso. 
“Muoviti, devi preparati”, disse il pagliaccio. 
E Francesco rimase a bocca aperta, riconoscendo la voce di Marta, la sua terapista. 
“Ma…che vuole?”. Il ragazzo non potè dire altro, il pagliaccio lo trascinò in una stanzetta dove c’èrano vestiti e trucchi. 
“Mettiti quel grembiule da scolaro con il fiocco grande e truccati”. Il pagliaccio ordinava e Francesco, allibito, buttò per terra lo zaino e incrociò le braccia. “Se lei ama farsi deridere, io non sono così”, replicò.
Marta, irriconoscibile vestita da dottoressa Pippi, il suo nome d’arte, lo copiò. A braccia consente lo guardava, battendo il tempo con l’enorme scarpa che portava al piede destro. 
“Tu sei in terapia, con me. E il patto è che se ti chiedo di fare una cosa, tu la fai Francesco. Non sono qui per deriderti o farmi deridere. Men che meno da te. Adesso muoviti, che dobbiamo lavorare. Sei sveglio, però, hai capito subito che ero io”. 
Francesco allibito, si girò a guardare i vestiti appesi ad una sbarra e i trucchi coloratissimi con il cerone bianco e i rossetti di tutti i tipi. Marta, intuendo i suoi pensieri, gli si avvicinò e prese il martello di gomma dal tavolo. Che finì irrimediabilmente a colpire la testa del ragazzo. “Muoviti”, gli sussurrò la terapista e se ne uscì mimando un passo da marcia militare. 
Francesco non ci capiva niente, si sentiva morire di vergogna, dentro. Un pagliaccio per terapista. “Ma quella è matta, altro che terapista. Dovrebbe farsi curale lei”, disse tra sé. Controvoglia, infilò il grembiule nero e sistemò al collo l’enorme fiocco blu. Poi passò davanti alla scatola dei trucchi e pensò di fare un bello scherzetto a quella stronza. Prese la matita nera e disegnò tra labbro superiore e naso un baffo alla Hitler. Prese il gel e si lisciò i capelli. Poi si guardò allo specchio, sembrava un bambinone cattivo. Azzardò pure un sorriso , il risultato fu un ghigno inquietante. 
“Così fai paura, tu sei il cattivo, vero?”. La voce lo sorprese davanti allo specchio mentre faceva smorfie al suo riflesso. 
A parlare era un bambino . Piccolo e con gli occhi a mandorla. 
“La dottoressa Pippi ti aspetta”, gli disse il bambino. “Muoviti, cattivo”. E il piccolo cominciò a tirarlo per il grembiule, spingendolo a seguirlo. Francesco sbuffava, sentiva i piedi pesanti e sudava. Aveva paura. 
Seguì il piccolo fino al refettorio. E vide Marta o la dottoressa Pippi come si faceva chiamare, seduta tra i bambini a confezionare animali e fiori fatti con i palloncini gonfiati. Marta neanche lo badava, continuava a far facce strane gonfiando i palloncini, poi li manipolava come burro e tirava fuori , con gesti veloci, una margherita e dopo un cagnolino. 
I bambini ridevano ad ogni smorfia. Una piccola con le trecce si era avvicinata così tanto che gli alitava quasi in faccia. E Marta se la rideva, felice. 
Francesco rimase in piedi in mezzo ai bambini a guardare, con un lembo di grembiule ancora stretto dal piccolo cinese. 
Che lo fissava, con lo sguardo contrito. 
“Che hai moccioso?”, gli disse Francesco.
“Non mi sei simpatico, tu non ridi mai?”, fu la risposta del cinesino che poi lo lasciò solo in piedi ed andò a sedersi davanti a Marta. Lei, la dottoressa, non lo guardava manco di striscio. Il tempo passava e Francesco così conciato si sentiva un cretino. Allora si avvicinò alla dottoressa e le parlò.
“Cosa devo fare? Sto qua a non far niente, mi sento uno scemo”.
“Divertiti”, fu la risposta di Marta.
La dottoressa gli passò il martello di gomma. E Francesco si accorse che tutti i bambini lo guardavano, muti e seri. Allora cominciò a camminare, su e giù, su e giù, come in una marcia militare. E ad ogni passo si tirava una martellata in testa. Il sorriso mimava il gnigno cattivo provato prima allo specchio. E i bambini ridevano, alcuni si erano alzati e camminavano come lui. Si formò così una sorta di carovana con Francesco come apripista, una cattiva majorette capo con i baffetti alla Hitler. Poi intervenne Marta che tirò per finta un calcio nel sedere di Francesco. Lui intuì l’azione e si proiettò in avanti come se quel calcio l’avesse davvero colpito. E la carovana ogni tre passi vedeva quello dietro tirare un calcio a quello davanti e il primo saltar in aria come in una danza di grilli. Francesco aveva buttato via, dopo mezz’ora di salti e risate di bambini, il suo ghigno cattivo e se la rideva. Non se ne era manco accorto, fu Marta a farglielo notare. 
“Ti stai divertendo, vedo. Mi sa che come prima terapia non è andato così male”.
Francesco la guardò, con una sguardo interrogativo. “Lo dobbiamo rifare?”. 
“Certo _ ribattè pronta Marta _ la prossima settimana. Creati un personaggio, datti un nome. E arriva puntuale che avremo un sacco di cose da fare”. 
“Ma io non so far ridere, non so manco divertirmi _ rispose Francesco, con la faccia arrossata per le corse _ insomma non sono capace”. 
“Per esser felici non si nasce imparati _ disse Marta, simulando una voce da vecchia _ non devi imparare a far felici gli altri, a farli ridere. Se ridi tu e sei felice, gli altri staranno bene standoti vicini. Ed ora torna coi ragazzini che devo cambiarmi”. 
Francesco la guardò andarsene con il suo passo saltellante, i piedi dentro le scarpe di dieci misure più grandi, la parrucca rossa riccia che ondeggiava al passo e il cuscino a gonfiare il posteriore dentro la tuta bianca da operaio. “Dottoressa, sei tutta matta”, le urlò. Marta si voltò e gli sorrise accennando un passo di rumba. 
Francesco le corse incontro, frugando dentro la tasca dei jeans. Tirò fuori una foto. “Dottoressa, questo era mio padre”.
Marta vide la faccia di Davide e tornò a sorridere. ” Sì, lo conoscevo. Tuo padre, Davide, era mio amico tantissimi anni fa”.
Francesco la guardava ed ora sembrava davvero il ragazzino che era in realtà. 
“Dottoressa, poi mi racconti di lui?”

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