L’autobus della linea 7

marzo 5, 2009

Quando l’ho notata per la prima volta in mezzo alla calca di gente, sull’autobus della linea 7, è stato solo un istante. E da allora è dentro di me. Continuo a cercarla. Salgo sul bus ogni giorno a Mestre, destinazione Venezia, porte dei Tre archi. Tutti i giorni, domenica compresa. Per me c’è sempre lavoro, non si va mai in ferie.
Di solito per passare il tempo, provo ad immaginarmi chi siano i miei compagni di viaggio. Cerco di indovinare che lavoro fanno, se hanno figli o mogli o mariti che li aspettano. Se il collega che fissano di continuo è il loro amante o un odiato rivale verso la promozione. Lo facevo anche da piccolo, quando mia madre stava tutto il giorno al lavoro, mia sorella doveva studiare e io alla fine mi mettevo alla finestra ad immaginare che vita facessero le persone che mi passavano davanti casa. Ma torniamo a quel giorno. Io me ne stavo seduto ad osservare l’impiegata del Catasto, stranamente ben vestita, con la piega fresca di parrucchiere e l’abitino stirato. Parlava con un collega e si toccava sempre i capelli. L’avevo capito: quell’uomo alla signora del Catasto piaceva proprio. Ma lui sembrava assente. 
Poi l’ho vista , seduta sul sedile opposto al mio.
Carnagione chiara, capelli castano scuro. Un viso dolce perso in un corpo non certo magro. Le unghie dei piedi tinte di color ciliegia spuntavano dalle infradito rosa, portate su jeans scampanati larghi. A coprire i seni prosperosi una canottiera verde militare. Non era bella ma qualcosa in lei mi attirava ed eccitava. Al collo portava un ciondolo di acciaio, che ondeggiava seguendo i sobbalzi degli pneumatici del bus sull’asfalto del ponte della Libertà. Mi è apparsa all’improvviso, era impossibile non stare a guardarla mentre il ciondolo rifletteva davanti a me un ballerino raggio di sole.
Silenziosa, lo sguardo fisso davanti a sé, gli occhi nascosti dietro un paio di occhiali scuri. Un nasino simpatico. Ma furono le labbra a colpirmi. Le guardavo e mi veniva voglia di sfiorarle, per sentire se erano davvero umide. E dolci. 
All’improvviso la sua bocca si è aperta in un sorriso e io ho temuto di esser stato scoperto. Ho girato la faccia di scatto e mi sono subito messo a fissare diritto davanti a me. Come un ragazzino spaventato. Sono rimasto immobile a fissare la nuca del ragazzo moldavo del sedile davanti. Non l’ho più guardata finché non siamo arrivati in via Poerio e sono dovuto scendere. 
Mi sono lanciato fuori, trasportato dalla ressa , e dopo aver messo un piede sul marciapiede, ho respirato forte. Ero turbato. 
A lei non ho più pensato, finché il giorno dopo sul bus delle 17.30, stesso tragitto e stesse facce serie, mi sono sorpreso a guardare con la coda dell’occhio verso il sedile dove c’era lei , il giorno prima. 
No, lei non c’era. Poco male, mi sono detto. Ma mentivo: dentro di me si era oramai insinuato un lieve fastidio. Un disappunto per una assenza non desiderata? Non credo nei colpi di fulmine, del resto non sono un tipo che ci casca. O meglio non mi è mai capitato che qualcuna mi guardasse e mi amasse. Di solito se mi guardano è per mandarmi a quel paese insultando mia madre. Che non ha colpe, anche perché è morta. La gente di solito mi evita e le donne che riesco a frequentare sono le ragazze del campo. Troppo indaffarate a pensare alle loro vite bastarde. E poi anche se vivo con loro da tempo, con me, gratis, non vengono. 
Andata e ritorno. Mestre-Venezia, Venezia-Mestre. Io che la cercavo in mezzo alla calca del bus e lei che non si vedeva mai. E il fastidio diventa disappunto, la vana ricerca del suo volto mi innervosisce. 
Poi, finalmente, è successo.
Ero sul ponte a lavorare. Me ne stavo a testa china , rannicchiato a terra ad aspettare i miei clienti, come tutti i giorni da tre anni a questa parte. La testa bassa, come una posa d’ordinanza. Non devi mai guardare, il cartello parla per te. E’ il mio modo di superare la vergogna di dover far finta di avere tre figli che mi aspettano a casa. Quale casa, che un tetto sopra la testo non ce l’ho più …E quali figli, che non ho manco una donna che mi guardi.
Davanti a me quel giorno, all’improvviso, è apparsa un’unghia color ciliegia. Un piede inserito dentro delle infradito rosa. Sopra un lembo di jeans dal fondo largo. Erano lì, fermi davanti alla mia faccia. Non ho avuto il coraggio di alzare subito la testa, ma dentro di me avevo caldo. Avevo capito perfettamente che era lei. E la volevo. 
Poi il rumore, un lieve tonfo. La moneta da due euro che cade dentro il cappello. Allora ho alzato la testa. Lei stava guardando me, attraverso i suoi grandi occhiali neri. Sorrideva e io le sorridevo.
Poi la mia mente mi ha lasciato, non era più con me sul ponte dei tre Archi. All’improvviso ero lontanissimo da Venezia.
Sono a casa. Sto correndo , le mie mani sfiorano le spine di grano del campo e sento, nitida, la voce di mia madre che urla dalla finestra che è pronto da mangiare. Ma io non voglio andare, in fondo al campo c’è Anja, la dolce, che si faceva toccare di nascosto per capire cosa provasse suo padre nel farlo alla signora della drogheria. 
Anja, che mi aspettava con la gonnellina stretta tra le gambe e le calzette arrotolate e mi chiedeva di non fare troppo in fretta, ma poi mi sorrideva con quelle labbra rosa che solo una volta ho avuto il coraggio di sfiorare. Sapevano di mare.
Stop. 
Una voce mi ha risvegliato all’improvviso dal mio sogno ad occhi aperti. Era un uomo tarchiato, sui 50 anni che mi toccava con un bastone, pieno di astio. Mi urlava di spostarmi perché la signorina doveva passare. Ero un pulcioso, ero di intralcio, mi urlava. Io non mi sono mosso: fissavo il bastone, pronto a sferrare un colpo se osava ancora toccarmi. Ma il bastone non era più puntato verso di me. Lo aveva la ragazza: lo teneva in mano, andandosene, per scandire il passo davanti a sé. Intanto il tarchiato continuava ad imprecare. Mi diceva che dovevo vergognarmi. 
Bella scoperta, tutti i giorni la vergogna mi faceva compagnia ma quello stronzo come poteva saperlo? 
Non potevo più restare, così ho raccolto il cappello e i soldi e sono corso verso piazzale Roma. Sembravo uno che aveva appena rubato. Qualcuno mi indicava e si guardava attorno per vedere se arrivavano i vigili. Dovevo arrivare in fretta a piazzale Roma. Sparire è la prima regola della sopravvivenza. Il 7 , per fortuna, era al capolinea . Ancora pochi passi, un saltino ed ero finalmente al sicuro.
Dentro il pullman eravamo in quattro. Un operaio dei cantieri De Poli, un pensionato con il nipotino ed io. Ma c’era anche una quinta persona, sul fondo. Non l’avevo vista salendo. Era lei, bellissima, sorridente. Cieca.
Mi sono andato a sedere vicino a lei, lasciando uno spazio tra noi. Ero intimidito. Lei aveva lo sguardo fisso davanti a sé e spostava ogni tanto la testa, a sinistra e destra. Come se ballasse una musica immaginaria. Non sentiva, ho pensato, la mia presenza a pochi passi da lei. Il bus è partito praticamente vuoto, si correva veloci lungo il ponte della Libertà. In fretta siamo arrivati in via Poerio ma io non sono sceso, non potevo. La mia faccia era girata a fissarla, per cogliere esattamente ogni tratto del suo viso. 
Pensavo che sarei stato volentieri con lei nel campo in cui da ragazzino imparavo il piacere con la piccola Anja. Mi chiedevo come sarebbe stato sentirla godere. Sentire la sua mano fermarmi chiedendo di rallentare. Il mio respiro che segue il ritmo del suo. 
-Scusi. Potrebbe suonare, devo scendere alla prossima. 
Lei stava parlando proprio con me. Guardava verso di me. La sorpresa mi ha paralizzato, intimorito. E non ho fatto nulla. E’ stato l’operaio a correre a premere il bottone della prenotazione della discesa. 
Lei si è sporta in avanti , tendendo la schiena, poi si è fermata. Allora, con il dito le ho toccato il labbro inferiore. L’ho solo sfiorato, lo giuro. Non ho fatto altro, poi sono corso verso la porta, sperando che lei non urlasse, che l’ autista aprisse in fretta la porta. Per scendere e sparire, prima che fossero guai.
Lei, silenziosa, si mise dietro di me. Mentre attendevo che la porta si aprisse, sentivo il suo sospiro sulla mia nuca. Avevo paura, ma mi sono ritrovato a respirare al suo ritmo. 
Poi si sono aperte le porte, siamo scesi ed appena ho messo un piede a terra, come se fossi solo allora davvero in salvo, di colpo mi sono voltato e le ho parlato.
Come mi sia venuto in mente di farlo, non riesco ancora a concepirlo.
-Posso darle una mano, signora?
Lei mi ha sorriso, ringraziandomi ed ha appoggiato la mano sul mio braccio. Un appoggio saldo, per scendere. Ha mosso solo pochi passi sull’asfalto. E la mia bocca è tornata ad aprirsi. 
– Scusi, ha perso qualcosa.
Le ho messo tra le mani la moneta da due euro che aveva lanciato nel mio cappello. Lei dubbiosa, si è messa a girare la moneta tra le dita. Mi ha ringraziato e sorriso. E se ne è andata via, portandosi dietro il suo odore di campo di grano, di gonne alzate e calzettoni alle caviglie, di sudore e strofinamenti. E io, l’accattone del ponte dei tre archi, sono rimasto a guardarla allontanarsi da me, cercando il suo odore sul mio dito.

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